La macchina traballa ubriaca ignorando il fondo stradale burlone dell'Autocamionale della Cisa (che nome caparbio per una strada!).
Il mio stomaco borbotta contrito per gli sbalzi d'umore delle fresche ruote, gli occhi accigliati per la levataccia.
Lucca Comics and Games, croce e delizia dell'affamato popolo Nerd, in grado (quando vuole) di invadere un'intera cittadina, protetta addirittura da mura.
Ma torniamo, ve ne prego, al viaggio in macchina. Il mio articolo non mira a spiegarvi i dettagliati furti di bellezza che ci ha offerto la Fiera (per me, vergine, la prima volta).
Voglio parlare di disegni.
Non turlupiniamoci intorno al perché tali angeliche forme d'arte comparvero davanti ai miei occhi.
Che tratto, che amore per il colore e il multiforma!
Che sapienza nel distribuire sul mero foglio le linee e i punti, che piacere nel constatare il sapere della Bellezza!
Non sempre si conosce la Bellezza.
Grazie Daniela!
Grazie, per avermi fatto capire che l'arte si conosce, si assapora, ma a volte, ci si innamora di essa all'istante, come un'Epifania.
Ora, Cari Lettori, vi starete chiedendo cosa abbia potuto attrarre con tanta voga un servo dell'Assurdo: quale artificio potrebbe stupire chi si è abbandonato tra i peli del Formichiere, negando l'improvvisazione e scegliendo il tutto?
Un DRAGO con una BOMBETTA.
Il Drago si alza al mattino.
Sente la sua figura mostruosa, priva di alcuna finezza; sente di essere più vicino ad una foca, o ad un dugongo, che ad un Drago.
Poi, aprendo il guardaroba, nota l'arma del riscatto.
Fiero come un orsetto che ha appena trovato il miele, si avventa sul copricapo della finezza, ed esce in strada, tronfio e finalmente a testa alta.
L'ABITO NON FA IL MONACO, MA FA IL DRAGO.
A Daniela,
con la speranza che qualcuno più utile di me comprenda appieno la sua arte.
Galleria di Daniela su Deviantart (vedi)
La letteratura dell'Assurdo come mezzo di liberazione poetica, assenza di vincoli tra foglio di carta e poeta. La letteratura dell'Assurdo intende tre strade principali: descrizione della Convenzione tramite l'Assurdo, la descrizione dell'Assurdo tramite la convenzione, oppure le descrizione dell'Assurdo tramite l'Assurdo stesso.
sabato 3 novembre 2012
mercoledì 31 ottobre 2012
Sano Delirio, in Halloween-Horror
Amici, buon Halloween; amici Celti, buon Samhain; amici anatroccoli, buone favole.
La sera pioggiosa che mi accompagna a letto reca la solita scritta "Scrivimi", poiché ella, desiderosa di essere ricordata sprona la mia fantasia a lavorare e ad ispirarsi alla refrattaria fonte della Musa Assurda.
Mettiamoci di buona lena, assumendo un tono adatto alla serata tremebonda e scanzonata della festa celtica più attesa dalla cultura post-bomboloni-alla-crema.
SANO DELIRIO, IN HALLOWEEN-HORROR
Scale che portano in labirinti popolati da serpenti e fate della notte; sovrani da scranni fatti di ragnatele indicano il filo della tua vita con dita ossute, scrutando la tua esistenza, succosa, e assaporando il momento in cui essa verrà distrutta da pelosi ragni color disperazione.
Urla squarciano bisognose i miei timpani, accogliendo l'atavica paura del buio come madre: temi tu la morte? Temi l'ineffabile abisso delle Divinità precolombiane?
Temi l'Antro, la Dimora della Bestia Pensante?
Mi guardo intorno e vedo solo ossa, bones, e la paranoia gioca con le mie unghie. Scheletri marciano nella Danza della Morte, macabro rituale dei vicoli della fumosa città.
Il cimitero è l'unica luce nella notte senza fine: tremule candele si affacciano sul mondo dei mortali, strappando brandelli di esistenza piacevole dalle lussuriose giornate: è finito il tempo dei balocchi, inizia il Regno del Nero e del Cupo, Signore Assoluto della paura.
Non credere nel corvo che ti invoglia a percorrere la strada più breve alla casa dell'Orrore; non credere a nulla che non ha peli.
Il Rettile ha occhi squamati, e gli specchi non lo amano.
Il Corvo ha occhi neri, e la notte lo ha partorito con dolore e rabbia, perché Egli tormenti la carcassa, viva o morta che sia.
Clown pagani offrono marci altari di divertimento, sedendo sui troni della perversione carnale: le fruste infiammano l'aria, satura di zucchero filato e pianti ininterrotti.
Eserciti di ossa e morti prematuri bussano alla tua porta.
Suonano la campana della verità, straziando il cielo con le loro urla e vomitando tangibile sofferenza, nera come ogni cancro del mondo mortale.
Fiamme infernali circondano la tua dimora, dissacrata dal rombo delle acciaierie e dei petrolifici; nulla può annullare i tatuaggi del Diavolo, nulla può batterli.
Ti affacci alla finestra, mentre le armate della notte attendono alla tua fragile porta, il tuo respiro affannato.
E solo quando leverai con coraggio lo sguardo alla prossima fine, sentirai la Domanda.
Il Quesito che intrappola l'uomo ad una vita di pagamenti o tormenti.
Il capo degli ossuti soldati ti scruta con i suoi morti occhi, mentre dalla caverna che chiama bocca esce la Domanda.
"Dolcetto o scherzetto?"
La sera pioggiosa che mi accompagna a letto reca la solita scritta "Scrivimi", poiché ella, desiderosa di essere ricordata sprona la mia fantasia a lavorare e ad ispirarsi alla refrattaria fonte della Musa Assurda.
Mettiamoci di buona lena, assumendo un tono adatto alla serata tremebonda e scanzonata della festa celtica più attesa dalla cultura post-bomboloni-alla-crema.
SANO DELIRIO, IN HALLOWEEN-HORROR
Scale che portano in labirinti popolati da serpenti e fate della notte; sovrani da scranni fatti di ragnatele indicano il filo della tua vita con dita ossute, scrutando la tua esistenza, succosa, e assaporando il momento in cui essa verrà distrutta da pelosi ragni color disperazione.
Urla squarciano bisognose i miei timpani, accogliendo l'atavica paura del buio come madre: temi tu la morte? Temi l'ineffabile abisso delle Divinità precolombiane?
Temi l'Antro, la Dimora della Bestia Pensante?
Mi guardo intorno e vedo solo ossa, bones, e la paranoia gioca con le mie unghie. Scheletri marciano nella Danza della Morte, macabro rituale dei vicoli della fumosa città.
Il cimitero è l'unica luce nella notte senza fine: tremule candele si affacciano sul mondo dei mortali, strappando brandelli di esistenza piacevole dalle lussuriose giornate: è finito il tempo dei balocchi, inizia il Regno del Nero e del Cupo, Signore Assoluto della paura.
Non credere nel corvo che ti invoglia a percorrere la strada più breve alla casa dell'Orrore; non credere a nulla che non ha peli.
Il Rettile ha occhi squamati, e gli specchi non lo amano.
Il Corvo ha occhi neri, e la notte lo ha partorito con dolore e rabbia, perché Egli tormenti la carcassa, viva o morta che sia.
Clown pagani offrono marci altari di divertimento, sedendo sui troni della perversione carnale: le fruste infiammano l'aria, satura di zucchero filato e pianti ininterrotti.
Eserciti di ossa e morti prematuri bussano alla tua porta.
Suonano la campana della verità, straziando il cielo con le loro urla e vomitando tangibile sofferenza, nera come ogni cancro del mondo mortale.
Fiamme infernali circondano la tua dimora, dissacrata dal rombo delle acciaierie e dei petrolifici; nulla può annullare i tatuaggi del Diavolo, nulla può batterli.
Ti affacci alla finestra, mentre le armate della notte attendono alla tua fragile porta, il tuo respiro affannato.
E solo quando leverai con coraggio lo sguardo alla prossima fine, sentirai la Domanda.
Il Quesito che intrappola l'uomo ad una vita di pagamenti o tormenti.
Il capo degli ossuti soldati ti scruta con i suoi morti occhi, mentre dalla caverna che chiama bocca esce la Domanda.
"Dolcetto o scherzetto?"
giovedì 11 ottobre 2012
Falso allarme. O forse no?
Falso allarme.
Ero partito convinto come un leprotto giulivo nella stesura di una visione di "fantastoria", la storia fatta con i se, i ma, e i coccodrilli.
Una visione di un grigio mondo comandato dalla rovina pennuta, i piccioni.
Questa era la mia idea di base per scrivere, un'idea nata potente stamattina e morta giovane stasera.
Un'effimera ispirazione, che però mi ha portato a riflettere su come si giunga a scrivere Assurdo (mi piace la parola giunga: sa di giungla, banane e verdi foglie di caschi).
Non posso pensare ad una storia al mattino e tentare di parlarne alla sera.
L'Assurdo non aspetta, impietoso tram d'ispirazione. Se la storia è buona, scrivi, o taci per sempre.
Nel mezzo della serata piena di birra maltata, mi ritrovai in una storia oscura. Ahi, difficoltoso parlar di piccioni, spari e cannoni! Ma divagar senza meta, scelta decisa!
Lasciatemi approfittare dell'apertura stentata della scrittura.
Quello che ho scritto finora fa effettivamente schifo, e lo so perché un pensiero mi ricorre sulla schiena, stirando la mia coscienza e imponendo a Sua Maestà il Subconscio di pensare ad una favola della buonanotte.
C'era una volta l'ispirazione, figlia del Formichiere e del Tempo; c'era una volta chi le Storie le racconta, e chi le ascolta.
Lasciamoci andare ogni tanto.
Il castello, popolato da fate, folletti e fatine, armadilli e canguri, assicuratori pentiti e procioni giganti; amici di penna e penne per amiche; ascoltatori falliti, in cerca di riscatto e millepiedi assetati di verità.
Solo una spiegazione vi è dovuta: perché i millepiedi ricercano la verità?
Camminare tanto rende le strade noiose, e intraprendere il difficile cammino della verità rende il millepiedi appagato.
O semplicemente perché chi ha meno di millepiedi, ma nonostante ciò viene lo stesso definito con errore, sente il bisogno di ricercare la verità, per chiedere scusa a se stesso.
Ho ben imparato una poca cosa in questo colorato sproloquio su castelli e verità; ma ascoltate le mie sagge parole (non sono io saggio, ma le parole): ascoltate il suono del picchio.
Bussa al vostro portone, ma se tirate dritto lo perderete.
Ero partito convinto come un leprotto giulivo nella stesura di una visione di "fantastoria", la storia fatta con i se, i ma, e i coccodrilli.
Una visione di un grigio mondo comandato dalla rovina pennuta, i piccioni.
Questa era la mia idea di base per scrivere, un'idea nata potente stamattina e morta giovane stasera.
Un'effimera ispirazione, che però mi ha portato a riflettere su come si giunga a scrivere Assurdo (mi piace la parola giunga: sa di giungla, banane e verdi foglie di caschi).
Non posso pensare ad una storia al mattino e tentare di parlarne alla sera.
L'Assurdo non aspetta, impietoso tram d'ispirazione. Se la storia è buona, scrivi, o taci per sempre.
Nel mezzo della serata piena di birra maltata, mi ritrovai in una storia oscura. Ahi, difficoltoso parlar di piccioni, spari e cannoni! Ma divagar senza meta, scelta decisa!
Lasciatemi approfittare dell'apertura stentata della scrittura.
Quello che ho scritto finora fa effettivamente schifo, e lo so perché un pensiero mi ricorre sulla schiena, stirando la mia coscienza e imponendo a Sua Maestà il Subconscio di pensare ad una favola della buonanotte.
C'era una volta l'ispirazione, figlia del Formichiere e del Tempo; c'era una volta chi le Storie le racconta, e chi le ascolta.
Lasciamoci andare ogni tanto.
Il castello, popolato da fate, folletti e fatine, armadilli e canguri, assicuratori pentiti e procioni giganti; amici di penna e penne per amiche; ascoltatori falliti, in cerca di riscatto e millepiedi assetati di verità.
Solo una spiegazione vi è dovuta: perché i millepiedi ricercano la verità?
Camminare tanto rende le strade noiose, e intraprendere il difficile cammino della verità rende il millepiedi appagato.
O semplicemente perché chi ha meno di millepiedi, ma nonostante ciò viene lo stesso definito con errore, sente il bisogno di ricercare la verità, per chiedere scusa a se stesso.
Ho ben imparato una poca cosa in questo colorato sproloquio su castelli e verità; ma ascoltate le mie sagge parole (non sono io saggio, ma le parole): ascoltate il suono del picchio.
Bussa al vostro portone, ma se tirate dritto lo perderete.
lunedì 1 ottobre 2012
L'Ultimo Ballo
Domani faccio cifra tonda, vent'anni.
Ancora stento a credere di voler parlare di una ricorrenza. Il numero tondo, perfetto, divisibile addirittura per quattro.
Basta mi sono già stancato. Non amo molto le ricorrenze, per quello che in sé rappresentano, ma le adoro se sono occasioni per rimpatriate.
Cambiamo argomento.
Topi di stagno si arrampicano su mura di gelato alla panna, mentre i bambini corrono, giocando al mago, all'opossum, al cabaret.
Il più simpatico dipinge il silenzio, mentre gli altri giocano un chiassoso nascondino con le api e i cardellini.
Metalli pesanti schiacciano paure intonse, mentre dorati intingoli appaiono sulle tavole imbandite del domani.
Pollastri gloglottano del più e del meno, contando lo scorrere del tempo in chili, ragionando di stelle e di mucche.
Quanto latte producono per fare la Via Lattea?
Domande che disprezzano la risposta, dall'alto della loro sapienza, dei numeri e della febbre della sapienza ultraterrena.
L'Ultraterreno è chiuso ai poveri convenzionali: chi non assapora la bellezza della Fonte dell'Assurdo vivrà l'inconsapevole tristezza: l'ebbrezza è Assurda.
Ecco la rivelazione, la tavola della Verità Inscindibile.
Zebre piovono da un cielo di piombo scarlatto, mentre lettere di parenti mai conosciuti intrepide ci stringono la mano.
L'esperienza, il vissuto, si inchina all'improvvisazione, allo scorrere del fiume, alla bellicosità delle formiche della mente.
Lasciaci correre poeta.
Noi Lettere, noi Muse dell'Assurdo,
noi satiri e creature della selva;
lascia correre chi ha gambe per farlo
e donane a chi ne necessita.
La corsa parte, il lido sconosciuto.
Assaporiamo insieme i migliori nettari, lecchiamo la miglior crema letteraria.
Per chi ancora non se ne fosse accorto, la mia mente ha vagato, bucolica e affamata, celebrando lo Scrivere fine a se stesso, all'Edonismo dello scrittore Assurdo.
Ribadisco, sottolineo, divoro ed assaporo la bellezza del momento, il sublime di chi ama essere letto, ma non ne desidera i privilegi. Vorrei che tutti parlassero dell'Assurdo.
Il mondo e l'Universo ne trarrebbero sicuri vantaggio.
La libertà delle persone buone.
La musica scorre come miele,
viscosa,
aggrappata ad ogni angolo
della tavolata imbastita per il Re.
Ammirate le note, come
insolite cantanti,
avvinghiarsi ai trucioli,
alle schegge
e ai nodi.
Un tempo pianta,
ora tavolo.
Ragioniamo di te, mobile, assurto alla causa della comodità domestica, del focolare, del balocco: marionetta, non più possanza, ammiro statuario la tua solidità.
Le farfalle volteggiano, mentre io guardo la Luna.
Stasera è più bello essere vivi.
L'oscurità è colorata, e il robot saltella felicemente nel prato della meccanica rigidità, smuovendosi nell'immobile. Apparecchio ingrandito.
Adoro scrivere e le lettere sono le mie compagne del Ballo dell'Assurdo.
Godo ogni giro della sua musica progressiva, mentre il sole langue e la notte si trucca, giovane inesperta.
L'addio non esiste, lontano; il mattino è come una fetta di anguria estiva, colloso ma rinfrescante.
La bolgia del calore del ballo mi cattura, e la fetta d'anguria s'allontana ancora.
Invecchiare non fa paura, con un Formichiere al tuo fianco.
Amo l'Assurdo, e l'ultima danza, all'arrivo del mattino, sarà con lui.
Ancora stento a credere di voler parlare di una ricorrenza. Il numero tondo, perfetto, divisibile addirittura per quattro.
Basta mi sono già stancato. Non amo molto le ricorrenze, per quello che in sé rappresentano, ma le adoro se sono occasioni per rimpatriate.
Cambiamo argomento.
Topi di stagno si arrampicano su mura di gelato alla panna, mentre i bambini corrono, giocando al mago, all'opossum, al cabaret.
Il più simpatico dipinge il silenzio, mentre gli altri giocano un chiassoso nascondino con le api e i cardellini.
Metalli pesanti schiacciano paure intonse, mentre dorati intingoli appaiono sulle tavole imbandite del domani.
Pollastri gloglottano del più e del meno, contando lo scorrere del tempo in chili, ragionando di stelle e di mucche.
Quanto latte producono per fare la Via Lattea?
Domande che disprezzano la risposta, dall'alto della loro sapienza, dei numeri e della febbre della sapienza ultraterrena.
L'Ultraterreno è chiuso ai poveri convenzionali: chi non assapora la bellezza della Fonte dell'Assurdo vivrà l'inconsapevole tristezza: l'ebbrezza è Assurda.
Ecco la rivelazione, la tavola della Verità Inscindibile.
Zebre piovono da un cielo di piombo scarlatto, mentre lettere di parenti mai conosciuti intrepide ci stringono la mano.
L'esperienza, il vissuto, si inchina all'improvvisazione, allo scorrere del fiume, alla bellicosità delle formiche della mente.
Lasciaci correre poeta.
Noi Lettere, noi Muse dell'Assurdo,
noi satiri e creature della selva;
lascia correre chi ha gambe per farlo
e donane a chi ne necessita.
La corsa parte, il lido sconosciuto.
Assaporiamo insieme i migliori nettari, lecchiamo la miglior crema letteraria.
Per chi ancora non se ne fosse accorto, la mia mente ha vagato, bucolica e affamata, celebrando lo Scrivere fine a se stesso, all'Edonismo dello scrittore Assurdo.
Ribadisco, sottolineo, divoro ed assaporo la bellezza del momento, il sublime di chi ama essere letto, ma non ne desidera i privilegi. Vorrei che tutti parlassero dell'Assurdo.
Il mondo e l'Universo ne trarrebbero sicuri vantaggio.
La libertà delle persone buone.
La musica scorre come miele,
viscosa,
aggrappata ad ogni angolo
della tavolata imbastita per il Re.
Ammirate le note, come
insolite cantanti,
avvinghiarsi ai trucioli,
alle schegge
e ai nodi.
Un tempo pianta,
ora tavolo.
Ragioniamo di te, mobile, assurto alla causa della comodità domestica, del focolare, del balocco: marionetta, non più possanza, ammiro statuario la tua solidità.
Le farfalle volteggiano, mentre io guardo la Luna.
Stasera è più bello essere vivi.
L'oscurità è colorata, e il robot saltella felicemente nel prato della meccanica rigidità, smuovendosi nell'immobile. Apparecchio ingrandito.
Adoro scrivere e le lettere sono le mie compagne del Ballo dell'Assurdo.
Godo ogni giro della sua musica progressiva, mentre il sole langue e la notte si trucca, giovane inesperta.
L'addio non esiste, lontano; il mattino è come una fetta di anguria estiva, colloso ma rinfrescante.
La bolgia del calore del ballo mi cattura, e la fetta d'anguria s'allontana ancora.
Invecchiare non fa paura, con un Formichiere al tuo fianco.
Amo l'Assurdo, e l'ultima danza, all'arrivo del mattino, sarà con lui.
martedì 18 settembre 2012
Fugace Visione: La Quarta Dimensione
Mi spalmo sul divano mentre la televisione (orrida dispensatrice di assassini di fantasia) vomita le sue combutte sui Reali canadesi e cose del genere.
Non aspettavo nulla in quel momento: amo ragionar di ricci e Formichieri, ma il divano risucchia le mie povere attività cerebrali: del resto come ci si fa a fidare di una cosa così pelosa assolutamente priva di intelletto?
Ma non divaghiamo.
La mia mentre prende un treno, uno di quelli lucidi, come leccati tutto il giorno da gechi colorati.
I sedili foderati di sogni, non di solida realtà; i camerieri gentili, fatti di caffellatte, privi di polvere.
Uno di loro mi guarda, interessato, occhi di cerbiatto, pelosi e liquidi.
<<E' la prima volta che va verso la Quarta Dimensione signore?>>
La sua aria innocente e disinteressata (domanda di routine per chi ti accompagna verso un determinato luogo, chiederti se ci sei mai stato) mi fa capire che non si tratta di uno scherzo.
<<Quarta Dimensione? Pensavo questo treno andasse verso l'Assurdo>>
Lui mi guarda come un'ape che invece che pungerti ti svolazza intorno, senza arrivare al sodo. Per lui, liquidamente disposto sul pavimento, nella mia frase tropicale mancava qualcosa. Troppo campata per aria.
Quando capisce che il mio arrancato errore si è fermato, decide di spiegarmi, come ad un cucciolo che mangia il divano di casa.
<<Partendo dal presupposto che tutto comprende in parte l'Assurdo, o meglio, che l'Assurdo comprende parte di tutto, arrivarci diventa un complicato concetto filosofico.>>
Fa una piccola pausa, accendendo la radiolina che gli cola dalla spalla.
<<Ma dato che la Quarta Dimensione ha una componente assurda maggiore della terza e della seconda(ma non della prima, quasi pura filosofia), stiamo andando verso più Assurdo. Mi perdoni, non so spiegarlo usando termini convenzionali.>>
Gli faccio un cenno di comprensione e lo congedo.
Poiché i tridimensionali non possono scendere dal treno (non per razzismo, ma per incapacità di comprendere), posso solo guardarla dal finestrino.
Ogni figura si proietta nel tempo, ma noi la vediamo in spostamento. Il tempo diventa visibile.
E' come se ogni figura si muovesse nello spazio lasciando dietro di sé tutti i fotogrammi delle azioni passate.
Il tempo non esiste più: se qualcuno vuole rivivere un proprio ricordo ripercorre i propri passi e torna all'inizio della giornata, del mese, dell'anno.
Il tempo diventa spazio.
E ognuno dei fotogrammi che una persona lascia dietro di sé è solido, tangibile: la persona lascia ogni istante di sé.
Descrivere di queste cose mi viene terribilmente difficile: ma mai scorderò la mia visione, fugace ed incompleta di quello che sta sopra di noi.
Mi scuoto sul divano, patria del pigro e del riposo.
La mia mano si muove, non lasciando alcuna traccia del suo movimento nello spazio ma soprattutto nel tempo.
L'orologio scocca le sette.
Banale, Watson.
Non aspettavo nulla in quel momento: amo ragionar di ricci e Formichieri, ma il divano risucchia le mie povere attività cerebrali: del resto come ci si fa a fidare di una cosa così pelosa assolutamente priva di intelletto?
Ma non divaghiamo.
La mia mentre prende un treno, uno di quelli lucidi, come leccati tutto il giorno da gechi colorati.
I sedili foderati di sogni, non di solida realtà; i camerieri gentili, fatti di caffellatte, privi di polvere.
Uno di loro mi guarda, interessato, occhi di cerbiatto, pelosi e liquidi.
<<E' la prima volta che va verso la Quarta Dimensione signore?>>
La sua aria innocente e disinteressata (domanda di routine per chi ti accompagna verso un determinato luogo, chiederti se ci sei mai stato) mi fa capire che non si tratta di uno scherzo.
<<Quarta Dimensione? Pensavo questo treno andasse verso l'Assurdo>>
Lui mi guarda come un'ape che invece che pungerti ti svolazza intorno, senza arrivare al sodo. Per lui, liquidamente disposto sul pavimento, nella mia frase tropicale mancava qualcosa. Troppo campata per aria.
Quando capisce che il mio arrancato errore si è fermato, decide di spiegarmi, come ad un cucciolo che mangia il divano di casa.
<<Partendo dal presupposto che tutto comprende in parte l'Assurdo, o meglio, che l'Assurdo comprende parte di tutto, arrivarci diventa un complicato concetto filosofico.>>
Fa una piccola pausa, accendendo la radiolina che gli cola dalla spalla.
<<Ma dato che la Quarta Dimensione ha una componente assurda maggiore della terza e della seconda(ma non della prima, quasi pura filosofia), stiamo andando verso più Assurdo. Mi perdoni, non so spiegarlo usando termini convenzionali.>>
Gli faccio un cenno di comprensione e lo congedo.
Poiché i tridimensionali non possono scendere dal treno (non per razzismo, ma per incapacità di comprendere), posso solo guardarla dal finestrino.
Ogni figura si proietta nel tempo, ma noi la vediamo in spostamento. Il tempo diventa visibile.
E' come se ogni figura si muovesse nello spazio lasciando dietro di sé tutti i fotogrammi delle azioni passate.
Il tempo non esiste più: se qualcuno vuole rivivere un proprio ricordo ripercorre i propri passi e torna all'inizio della giornata, del mese, dell'anno.
Il tempo diventa spazio.
E ognuno dei fotogrammi che una persona lascia dietro di sé è solido, tangibile: la persona lascia ogni istante di sé.
Descrivere di queste cose mi viene terribilmente difficile: ma mai scorderò la mia visione, fugace ed incompleta di quello che sta sopra di noi.
Mi scuoto sul divano, patria del pigro e del riposo.
La mia mano si muove, non lasciando alcuna traccia del suo movimento nello spazio ma soprattutto nel tempo.
L'orologio scocca le sette.
Banale, Watson.
giovedì 13 settembre 2012
Alucard - Gentle Giant
Oggi faccio uno dei miei tanti esperimenti.
Descriverò una canzone di 6 minuti, scrivendo tutto ciò che mi passa per la mente in tempo reale.
Questo per me è il primo passo della fusione tra diversi ambiti dell'arte: musica e scrittura. Spero il primo passo verso qualcosa di più grande, di più bello, di più Assurdo.
Io credo in un'arte che deve ancora essere inventata: l'Assurda Arte della Sintesi, che racchiuda il Tutto in sé.
La canzone è "Alucard" del gruppo Progressive Rock "Gentle Giant", facilmente reperibile su Youtube.
Buona lettura, anzi, buon ascolto!
ALUCARD
Luci del Circo, avvitatemi intorni al fanciullo giocoso! Colore di zucchero filato sulle sue gote, mentre il tendone si staglia nella notte.
Luci di festa, berillio e alogene; amare lo spettacolo, le giravolte, virtuose figlie dell'arte. Annunciatori dai corti sigari saltellano nell'oscurità.
Fine dello spettacolo.
Parco nero, vuoto, corvi che becchettano quattro popcorn lasciati per terra.
Ombre che ammaliano le mura più cupe e la giravolta, adesso, nera si stende nell'inconscio terrorizzato.
Il giorno dopo, immemore della notte si diletta ancora delle capriole, il gesto buffo, la mandria del pubblico.
La calma per il grande numero, sussulto di masse: paura che non ce la faccia. Tamburi del rullio, preparazione e salto. Fiato corto e sospeso due piroette,, qualcuno afferra il danzatore. Il numero si avvita.
Fine dello spettacolo, il terrore torna al viaggiare tra le tende più nere. Un ratto sbocconcella i resti di una caramella, attendendo il nuovo giorno.
La pancia duole, crampi della notte! Allontanatevi dal parco, pagliacci sbandati che fumano erba nera.
Pagliacci sbandati che si allenano blandamente, cadendo per terra, puzza di gin e vomito.
La seconda faccia dello spettacolo.
Nascosta.
Squillar di trombe e di nuovo in pista: spazio al colore, al bello e all'effimero.
Ma dietro al muro, corvi e ratti aspettano il banchetto notturno, voraci e smagriti.
Sipario.
Questa canzone ha terribilmente risvegliato la mia paura per il Circo. Forse solo io lo trovo triste e deprimente, ma dietro alla faccia truccata del clown c'è spesso una storia di schiavitù accettata, di uno stancante girovagare, che non porta a nulla.
Il Circo per me è triste, e dietro alla sua maschera di zucchero filato e colore, il terrore più nero mi sfida, con la puzza di popcorn e di vestiti sdruciti.
Descriverò una canzone di 6 minuti, scrivendo tutto ciò che mi passa per la mente in tempo reale.
Questo per me è il primo passo della fusione tra diversi ambiti dell'arte: musica e scrittura. Spero il primo passo verso qualcosa di più grande, di più bello, di più Assurdo.
Io credo in un'arte che deve ancora essere inventata: l'Assurda Arte della Sintesi, che racchiuda il Tutto in sé.
La canzone è "Alucard" del gruppo Progressive Rock "Gentle Giant", facilmente reperibile su Youtube.
Buona lettura, anzi, buon ascolto!
ALUCARD
Luci del Circo, avvitatemi intorni al fanciullo giocoso! Colore di zucchero filato sulle sue gote, mentre il tendone si staglia nella notte.
Luci di festa, berillio e alogene; amare lo spettacolo, le giravolte, virtuose figlie dell'arte. Annunciatori dai corti sigari saltellano nell'oscurità.
Fine dello spettacolo.
Parco nero, vuoto, corvi che becchettano quattro popcorn lasciati per terra.
Ombre che ammaliano le mura più cupe e la giravolta, adesso, nera si stende nell'inconscio terrorizzato.
Il giorno dopo, immemore della notte si diletta ancora delle capriole, il gesto buffo, la mandria del pubblico.
La calma per il grande numero, sussulto di masse: paura che non ce la faccia. Tamburi del rullio, preparazione e salto. Fiato corto e sospeso due piroette,, qualcuno afferra il danzatore. Il numero si avvita.
Fine dello spettacolo, il terrore torna al viaggiare tra le tende più nere. Un ratto sbocconcella i resti di una caramella, attendendo il nuovo giorno.
La pancia duole, crampi della notte! Allontanatevi dal parco, pagliacci sbandati che fumano erba nera.
Pagliacci sbandati che si allenano blandamente, cadendo per terra, puzza di gin e vomito.
La seconda faccia dello spettacolo.
Nascosta.
Squillar di trombe e di nuovo in pista: spazio al colore, al bello e all'effimero.
Ma dietro al muro, corvi e ratti aspettano il banchetto notturno, voraci e smagriti.
Sipario.
Questa canzone ha terribilmente risvegliato la mia paura per il Circo. Forse solo io lo trovo triste e deprimente, ma dietro alla faccia truccata del clown c'è spesso una storia di schiavitù accettata, di uno stancante girovagare, che non porta a nulla.
Il Circo per me è triste, e dietro alla sua maschera di zucchero filato e colore, il terrore più nero mi sfida, con la puzza di popcorn e di vestiti sdruciti.
sabato 1 settembre 2012
Fall is Coming (finally)
Avevo parlato non molto tempo fa di come l'estate fosse in procinto di devastare i nostri orti e il nostro fisico (che vedo anche quello come un orto, in fondo). Ora sono felice di poter iniziare a parlare del mio beneamato autunno, atteso come quei numeri di Topolino con la sorpresa in regalo.
Non prendetemi come un poveretto che non sa che scrivere se non delle stagioni che regolarmente scorrono: sono un osservatore, uno che ama la vita. E sono metereopatico.
Se questa parola esiste già nel librone delle malattie, perdonatemi: intendo metereopatico come "colui che cambia il modo -- PAUSA RICERCA GOOGLE CAUSA PAURA DI SCRIVERNE UNA PIU' GROSSA DEL SOLITO -- di scrivere in base alle condizioni esterne.
L'estate è bella perché si esce, ci sono i fenicotteri e tutti quei bellissimi insetti che mi ronzano sulla testa, ma l'autunno... l'Autunno!!
Foglie sparse sulla strada, tappeto trionfale per il fresco. Quelle belle mattine, così fresche che si sentono linde e pulite. Colori esagerati, animali che popolano la mia mente, sbizzarritevi! La lavatrice vive meglio, d'autunno.
Per non parlare della mia grande passione: la birra. D'estate, per necessità più che per virtù, il dolce nettare si limita alle tre/quattro varianti estive, rinfrescanti, beverine: d'autunno, la creatività!
Fuori acqua dappertutto, la tana poltrona accoglie il figlio infreddolito, mentre l'arancione delle foglie si fonde con uccelli di ogni forma e colore. La fantasia dilaga, a macchia d'olio, pane della mente: amo l'autunno, e sorseggiare la birra diventa arte.
Scura, densa o chiara e leggera: la forza del nettare non diventa un problema, e la creatività dei birrai non è più ostacolata dal torrido nemico della fantasia.
Ecco l'autunno, dove, dalla moto, i colori sono più belli, e il terreno bacia le stanche ruote dell'elogio del vagabondare.
Autunno, ti aspetto. Con l'affetto che si prova verso un padre che ti rimbocca le coperte, con quelle mani sì nodose, ma tanto forti e calde.
Non prendetemi come un poveretto che non sa che scrivere se non delle stagioni che regolarmente scorrono: sono un osservatore, uno che ama la vita. E sono metereopatico.
Se questa parola esiste già nel librone delle malattie, perdonatemi: intendo metereopatico come "colui che cambia il modo -- PAUSA RICERCA GOOGLE CAUSA PAURA DI SCRIVERNE UNA PIU' GROSSA DEL SOLITO -- di scrivere in base alle condizioni esterne.
L'estate è bella perché si esce, ci sono i fenicotteri e tutti quei bellissimi insetti che mi ronzano sulla testa, ma l'autunno... l'Autunno!!
Foglie sparse sulla strada, tappeto trionfale per il fresco. Quelle belle mattine, così fresche che si sentono linde e pulite. Colori esagerati, animali che popolano la mia mente, sbizzarritevi! La lavatrice vive meglio, d'autunno.
Per non parlare della mia grande passione: la birra. D'estate, per necessità più che per virtù, il dolce nettare si limita alle tre/quattro varianti estive, rinfrescanti, beverine: d'autunno, la creatività!
Fuori acqua dappertutto, la tana poltrona accoglie il figlio infreddolito, mentre l'arancione delle foglie si fonde con uccelli di ogni forma e colore. La fantasia dilaga, a macchia d'olio, pane della mente: amo l'autunno, e sorseggiare la birra diventa arte.
Scura, densa o chiara e leggera: la forza del nettare non diventa un problema, e la creatività dei birrai non è più ostacolata dal torrido nemico della fantasia.
Ecco l'autunno, dove, dalla moto, i colori sono più belli, e il terreno bacia le stanche ruote dell'elogio del vagabondare.
Autunno, ti aspetto. Con l'affetto che si prova verso un padre che ti rimbocca le coperte, con quelle mani sì nodose, ma tanto forti e calde.
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