A lungo barbosi filosofi, saltimbanchi del sapere, lucertole del cervello, si sono lambiccati sulle definizioni astruse dei termini base della vita umana.
Neuroni sprecati per la definizione di bellezza (alla quale anche io ho ceduto gran parte delle mie cellule cerebrali, per giungere ad una conclusione sbagliata), di giusto, di gusto, di arnia, di leale, di giallo e blu.
Ma sono davvero neuroni gettati al vento, o è insito nella nostra fragile natura carnale riflettere su questi "grandi misteri" soggettivi?
<<Chissenefrega>>, risponde l'uomo con la birra in mano; <<Let's go!>> i punk della filosofia, nelle loro tuniche di seta e pensieri.
Ad ogni modo, poiché al momento non ho né una birra né una cresta, la mia risposta è: <<Non ho niente da fare ed è un po' di tempo che non lascio andare la mia mente a briglia sciolta: riflettiamo su qualcosa di profondo>>. E poiché in testa ho un enorme barattolo di nocciolosa Nutella, non posso fare a meno di riflettere sul Piacere.
Ma non con pensieri razionali e distinti, in giacca e cravatta
Il Piacere è innanzitutto puro, liscio, limpido, proprio come la Nutella senza briciole dentro. E' i panni bagnati, che profumano di detersivo, la brezza fresca e frizzante di una mattina primaverile, le farfalle che poggiano lussuriose su fiori grandi e di colori densi.
Il Piacere non ha un tempo, perciò non può essere atteso. (Magari questa la spiego meglio: uno può aspettarsi il Piacere, essere certo della sua venuta, ma sarà sempre un Piacere diverso da quello pregustato.)
Il Piacere non ha un ordine: può essere sparso come le lasagne in un piatto, fumanti, maciullate dalla forchetta; può essere la tavola apparecchiata di tutto punto, ma se il bicchiere è vuoto lo si attende invano.
Il Piacere non è mai scontato: una battuta salace, accompagnata da risate gustose e inarrestabili, sarà sempre più piacevole di una barzelletta precotta e stantia.
Poesia sublime,
che si innesta tra gli occhi;
scambio di colori,
tavolozza trascendente.
Poesia ineffabile,
ricerca di una vita.
Questo può far ben pensare a quanto il Piacere sia soggettivo: se noi fossimo un dipinto, ognuno sarebbe del colore che vuole.
Il Piacere essendo soggettivo, è spontaneo, come il flusso di coscienza, la poesia, lo scrivere, l'innamorarsi, l'illuminarsi d'immenso.
Il Piacere sta anche nelle piccole parole. Ognuno ha una predisposizione verso alcune sequenze di suoni, sequenze che innestano un processo di piacere.
A me ad esempio piacciono: lemma, bottone, pinco-panco, panno, pantofola, sciacquio, lavello, bidoncino, pasticcio, Lapponia, lampone, ruvido e nasello. Per non parlare di lampreda, bubbole e fuffolosa (esatto, la coda del Formichiere!).
E che nessuno mi etichetti come strano! O meglio, chiunque è libero di farlo, ammettendo però che anch'egli ha delle "parole del piacere" (definizione data ora, favola del ponte, ma perché?); saranno pappa reale, trota, renna, lucertola o dragomarino, ma il risultato sarà uguale.
Ognuno dunque vive il Piacere soggettivamente, ma i meccanismi che lo innestano possono essere decodificati, scartati come la carta di una merendina, lavoro noioso, borioso ed ingrato; di certo non sarò io a farlo, anche perché, nella testa, mi ripeto continuamente "bottone", e sorrido.
La letteratura dell'Assurdo come mezzo di liberazione poetica, assenza di vincoli tra foglio di carta e poeta. La letteratura dell'Assurdo intende tre strade principali: descrizione della Convenzione tramite l'Assurdo, la descrizione dell'Assurdo tramite la convenzione, oppure le descrizione dell'Assurdo tramite l'Assurdo stesso.
lunedì 23 aprile 2012
giovedì 29 marzo 2012
Assurdo il videogioco
Il nuovo gioco 2D senza senso, figlio malato di un laboratorio di informatica e tre nerd che non volevano fare lezione.
Ti viene consegnata una spada, con la quale devi girare su un monociclo e uccidere dei goblin nudi omosessuali, ovviamente suonando la cornamusa (comparsa dal nulla) e poi devi sparare a dei pinguini zombi ebrei che sanno solo saltare in basso con stupore della folla (non è cosa da tutti i giorni vedere dei pinguini che sanno saltare solo verso il basso).
Devi andare in cerca di tesori che ti aspetti, contenuti in bauli che sono dei confetti di Hello Kitty, dove dentro trovi delle mutande rosa che sei costretto ad indossare per andare avanti di livello. I nemici più cattivi sono i temibili draghi del gesso.
Il boss finale del dungeon è una Barbie transessuale africana con un mitra al posto della gamba destra e al posto del naso ha un machete, che alla fine scopri essere tua mamma.
Ma in verità, non è il vero finale. Il finale vero è che tutto era un sogno e che il gioco dura oltre trecento ore di gioco, solo di quest principale, mentre le quest secondarie hanno una durata totale di due ore.
La più lunga è la quest dove i lupi mannari sono gialli e rossi e saltano su steccati di panna acida. Naturalmente al posto di pistole hanno banane.
Tale quest si chiama "Rossi the Trololo of the Shadow's Mountain": la famosa quest che è buggata apposta, va sempre in loop mentre Rossi balla il Trololo e il gioco non finirà mai.
Se però sei fortunato compare un Pikachu (unico effetto 3D del gioco) che ti ripete di scaccolarti. Se lo fai tiri un d20 a 30 facce e se fai più di 12 accedi al Bergen Temple dove ti viene insegnato a essere una cicogna bugiarda, che si scopre NON essere tuo padre.
Se fallisci verrai indirizzato alla camera a gas necrofilo pieno di algoritmi messi a caso e strutture dati fatte di camomilla, fragole e gesso. Mai dimenticare il gesso!
Alla fine potrai essere dichiarato ETEROSESSUALE nonostante tu ami profondamente la pianta che ti regalò un Argoniano il giorno della tua prima comunione. Il gioco si chiude con una schermata blu con scritto "The plant is a lie".
Ma non dimentichiamoci dell'espansione Niagara's Legacy!
In sottofondo partirà la versione misheard di It's My Life, mentre uno zombie e un geranio usciranno dal monitor inculandosi a vicenda per la stanza con grande dispiacere dell'orecchio destro di tua suocera, evocata per l'occasione dietro al tuo armadio, che si scopre essere LUI tuo padre, l'armadio di Narnia e lo stupido Mr Tumnus.
Poi ci sarà un seguito, dove dovrai interpretare un gessetto. Dovrai viaggiare dentro un essere chiamato Algebra fatto di baffi (solo quelli). Si sa solo che ad un certo punto del gioco incontrerai un potente alleato, chiamato Daimon, e ti chiederà se puoi essere fumato da lui o se vuoi fumarti da solo
Ma tu devi scegliere di fumarti lui e comprare l'intero Ipercoop di viale Piacenza a Rho milanese, dove colonie di Jigglypuff si ingroppano per conquistare il mondo.
Tale Ipercoop può essere dorato e trasformato in un gatto paffuto e tascato che ti ripeterà che sei in ritardo, tranne quando andrai finalmente a letto con la regina delle streghe.
Poi i beta tester hanno scoperto dopodomani che questo seguito ha un finale.
La colonna sonora è dei Nightwish, mentre la capsula del tempo usata per uscire da Narnia è una supposta di ossidiana.
Si scoprirà poi chein realtà quella capsula era tua nonna di 3° grado.
Allontanarsi dalla quest principale vuol dire finire in un bosco dove vince chi ti tagga per primo in una foto di Paris Hilton e del suo nuovo furetto,e l'ultimo che ti tagga per penitenza deve scopare il tuo dito ignolo.
In questo gioco le 99 scimmie di cui si cantava nelle Follie dell'imperatore, ora zombie, cantano di mummie afrodisiache, e il boss finale è un temibile drago di gesso omosessuale masochista piromane necrofilo zoofilo sadico, che indossa un tutù (di gesso) rosa.
La rivelazione peggiore è quando nella rovina nanica trovi i resti di una leggenda scappata, nata dalla tempesta che sconvolse la Terra per secoli durati decine di giorni, in cui Rossi e Bergenti si sfidarono per la supremazia del mondo.
Dalla malata mente di Darkfagio, Pain e il Formichiere.
giovedì 15 marzo 2012
Saltellando Felicione
Lambiccando il mio povero ed inusuale cervello, pedissequamente mal gestito, sono giunto alla conclusione del saltellìo incessante.
Ogni persona nasce saltellando, felicione come un peluche stellare sperso per qualche luna boscosa delle Galassie Fantadiottriche.
Chi smette di saltellare può farlo per motivi d'accidente: un rametto pulviscoloso, un moscerino fastidioso, una ranocchia che ti sfida ad essere verde.
Ma in ogni caso lo smettere di saltellare comporta una fine, più o meno visionabile, più o meno dolorosamente.
Il nostro felicioso saltellare può giungere ovunque egli desideri (dicesi ricorsione vitale: lo fa perché lo vuole e lo vuole perché lo fa), ma fattori possono aumentarlo o decelerarlo, oltre che purtroppo fermarlo.
Prendiamo per esempio la definizione che il vocabolario anteluviano da' alla parola TENTAZIONE.
TENTAZIONE: gorgogliante ammasso incolore in cui ognuno vede ciò che vuole. Caratteristica intersoggettiva della TENTAZIONE è la sua capacità di far variare in direzione o velocità, il nostro saltellare.
vedi: rane verdi di Jesolo
comare scimmia
Non sono sburocchiolate che mi vengono in mente per l'albero che tira (o per l'albero che fa vento starnutendo), ma esperienze vissute per sofferenza.
Camminavo, anzi, saltellavo col brio di un capriolo che ha addosso le mutande nuove (fresche e odorose di pulito, intonse come un barattolo bianco di latta).
Ad un certo punto, di fronte ad un fiume mostro il ponte giallo mi ha parlato, invitandomi come un burattinaio a saltellare su di lui, per guadagnare tempo, mi diceva sulle note di un pomeriggio primaverile.
Accettavo come un XY che vede un XX, lanciandomi in un galoppo forsennato, berserk di gambe.
Cacchio il gufo aveva ragione.
Nel momento in cui il mio balzello stava per toccare il giallo del ponte sorridente, e il mio cuore era leggero come panna montata, il ponte si scansa e finisco nell'acqua.
Quanto ho dovuto saltellare per uscire dalle schiumose acque sciabordanti, tumulto di scogli e di spuma, brezza liquida e frizzante!
La morale è: saltellate attenti, diffidate dei ponti gialli, il male è TENTAZIONE, meglio a questo punto la convenzione.
P.S. La rima non è voluta.
Almeno non consciamente.
Ogni persona nasce saltellando, felicione come un peluche stellare sperso per qualche luna boscosa delle Galassie Fantadiottriche.
Chi smette di saltellare può farlo per motivi d'accidente: un rametto pulviscoloso, un moscerino fastidioso, una ranocchia che ti sfida ad essere verde.
Ma in ogni caso lo smettere di saltellare comporta una fine, più o meno visionabile, più o meno dolorosamente.
Il nostro felicioso saltellare può giungere ovunque egli desideri (dicesi ricorsione vitale: lo fa perché lo vuole e lo vuole perché lo fa), ma fattori possono aumentarlo o decelerarlo, oltre che purtroppo fermarlo.
Prendiamo per esempio la definizione che il vocabolario anteluviano da' alla parola TENTAZIONE.
TENTAZIONE: gorgogliante ammasso incolore in cui ognuno vede ciò che vuole. Caratteristica intersoggettiva della TENTAZIONE è la sua capacità di far variare in direzione o velocità, il nostro saltellare.
vedi: rane verdi di Jesolo
comare scimmia
Non sono sburocchiolate che mi vengono in mente per l'albero che tira (o per l'albero che fa vento starnutendo), ma esperienze vissute per sofferenza.
Camminavo, anzi, saltellavo col brio di un capriolo che ha addosso le mutande nuove (fresche e odorose di pulito, intonse come un barattolo bianco di latta).
Ad un certo punto, di fronte ad un fiume mostro il ponte giallo mi ha parlato, invitandomi come un burattinaio a saltellare su di lui, per guadagnare tempo, mi diceva sulle note di un pomeriggio primaverile.
Accettavo come un XY che vede un XX, lanciandomi in un galoppo forsennato, berserk di gambe.
Cacchio il gufo aveva ragione.
Nel momento in cui il mio balzello stava per toccare il giallo del ponte sorridente, e il mio cuore era leggero come panna montata, il ponte si scansa e finisco nell'acqua.
Quanto ho dovuto saltellare per uscire dalle schiumose acque sciabordanti, tumulto di scogli e di spuma, brezza liquida e frizzante!
La morale è: saltellate attenti, diffidate dei ponti gialli, il male è TENTAZIONE, meglio a questo punto la convenzione.
P.S. La rima non è voluta.
Almeno non consciamente.
domenica 4 marzo 2012
La Frustrazione della Domenica pomeriggio
I cavalieri lucidi e unti già si stagliano sulle colline della fantasia, lentamente muovendosi verso la concretezza della pagina bianca, del nulla da plasmare.
Una palude si stende davanti ai loro destrieri pitturati, una palude ricca di insidie, e con mille strade. Ogni strada porta a qualcosa, ma non lo si può sapere se non percorrendole.
I cavalieri, sudando nelle loro sfavillanti armature variopinte, non riescono a mettersi d'accordo sulla strada da percorrere: c'è chi vuole quella rosa, mentre messer Inovvio indica con certezza quella che pare la più difficile, convinto che alla fine sia l'unica davvero sicura; c'è chi vuole quella d'argento, chi cerca quella del pleonastico e del non necessario (dove colibrì farfallano tra giganteschi fiori, nei quelli le descrizioni circolano all'infinito ampliandosi asintoticamente), oppure chi decide di lanciarsi dritto per dritto, rotolando nella melma e sparendo nel fuoco marrone delle ribollenti acque di stagno.
Qualche cavaliere, i più temerari, si gettano nella stada delle infinite battaglie, sperando di andare aventi tra mazzate e colpi di lancia; qualcuno si dirige timoroso nelle impossibili questioni, altri in vicoli che sembrano portare all'uscita, ma che in realtà girano in tondo.
Ser Laido cerca la strada del bassume, delle brutture linguistiche e nelle situazioni piccanti e nei nudi, pensando ad una schiera di bavosi lettori; i cavalieri dell'alba vanno invece nella strada delle promesse false, quella che appare facile, la più banale.
Ser Peto torna indietro, non avendo coraggio a sufficienza per avanzare nella palude; ser Fulvio ragiona sulla strada dei colpi di segna, rischiando di non avanzare nemmeno di un passo.
Ho sempre odiato la domenica pomeriggio, stupida spettatrice del lunedì che si avvicina. L'indolenza raggiunge picchi da spread, mentre il divano sembra quasi scomodo nel torpore del primo pomeriggio.
E' un odio viscerale e profondo, che non lascia spazio ad allegria. E scrivere un romanzo fantasy in un clima del genere porta a conclusioni ovvie o stupide, mai geniali e irriverenti.
Un bel vaffanculo alla domenica pomeriggio (passatemi la cattiveria, sono frustrato).
Ogni domenica pomeriggio, mollare sembra più facile.
Una palude si stende davanti ai loro destrieri pitturati, una palude ricca di insidie, e con mille strade. Ogni strada porta a qualcosa, ma non lo si può sapere se non percorrendole.
I cavalieri, sudando nelle loro sfavillanti armature variopinte, non riescono a mettersi d'accordo sulla strada da percorrere: c'è chi vuole quella rosa, mentre messer Inovvio indica con certezza quella che pare la più difficile, convinto che alla fine sia l'unica davvero sicura; c'è chi vuole quella d'argento, chi cerca quella del pleonastico e del non necessario (dove colibrì farfallano tra giganteschi fiori, nei quelli le descrizioni circolano all'infinito ampliandosi asintoticamente), oppure chi decide di lanciarsi dritto per dritto, rotolando nella melma e sparendo nel fuoco marrone delle ribollenti acque di stagno.
Qualche cavaliere, i più temerari, si gettano nella stada delle infinite battaglie, sperando di andare aventi tra mazzate e colpi di lancia; qualcuno si dirige timoroso nelle impossibili questioni, altri in vicoli che sembrano portare all'uscita, ma che in realtà girano in tondo.
Ser Laido cerca la strada del bassume, delle brutture linguistiche e nelle situazioni piccanti e nei nudi, pensando ad una schiera di bavosi lettori; i cavalieri dell'alba vanno invece nella strada delle promesse false, quella che appare facile, la più banale.
Ser Peto torna indietro, non avendo coraggio a sufficienza per avanzare nella palude; ser Fulvio ragiona sulla strada dei colpi di segna, rischiando di non avanzare nemmeno di un passo.
Ho sempre odiato la domenica pomeriggio, stupida spettatrice del lunedì che si avvicina. L'indolenza raggiunge picchi da spread, mentre il divano sembra quasi scomodo nel torpore del primo pomeriggio.
E' un odio viscerale e profondo, che non lascia spazio ad allegria. E scrivere un romanzo fantasy in un clima del genere porta a conclusioni ovvie o stupide, mai geniali e irriverenti.
Un bel vaffanculo alla domenica pomeriggio (passatemi la cattiveria, sono frustrato).
Ogni domenica pomeriggio, mollare sembra più facile.
mercoledì 22 febbraio 2012
E le Guglie della Cattedrale ridono
Spilungate forme si innalzano da innominate tombe di pietra, innalzando alla pallida luna un canto tremebondo di morte imminente.
Nell'ombra di una puntuta cattedrale, gialla nel chiarore della notte (il regno dell'ossimoro, l'oscura lucentezza della carne scheletrica), ballano i figli del Male, quello innominabile, alto raffinato, crudo come una lastra di acciaio fredda ed insensibile.
Uccelli neri cinguettano bestemmie sulle teste polverose che scavano, ma verso l'alto; ascendere alla terra, tendenza del morto precoce.
Non si può pensare che ciò che è morto lo sia e basta: le ombre allora non esisterebbero, e le nostre paure inconsce si mostrerebbero come lucide campanule rosa, indifese e coccolose.
La paura ci accompagna per la nera strada, e il Male l'alimenta con le sue forme animali peggiori: chi nega di tremare al verso rauco dell'alloco, stridore di respiro insepolto?
Non puoi battere i tatuaggi del diavolo, ma puoi ascoltare il corvo gracchiare su un busto dimenticato: <<Mai più>>.
I suoi occhi sono fosse dimenticate, dove languono defunti intrisi di dolore e oblio: nessuno sa chi siano, nemmeno loro; si agitano come bestie indemoniate quali sono, rotolando la loro disperazione nel fango bluastro del pallore cadaverico.
Morti annegati che invocano un bicchiere d'acqua, piromani che tentano di rubarlo loro: mondo del rovescio, o rovescio del mondo.
La poesia esprimerebbe molto meglio quello che penso, ma quello che penso è in prosa.
Avventurati nel paese
delle anime dannate,
nel villaggio della dimora celeste,
nella strada persa verso il Paradiso.
Soffermati,
l'angolo di una rumorosa locanda
che sbircia un futuro incerto,
ma finito.
Non lasciarti prendere.
Mai.
Mai più.
Impegnarsi a concludere è il disimpegnarsi dalla vita: un'impiccata sventola, bandiera cruda di un mondo chiuso e gretto; sangue sui bianchi capelli di madre, che si infrange in lunghe onde sulla terra matrigna, sulla natura, che sputa sul mortale.
La sabbia, come la vita, si spegne sotto queste onde, più forti di lei.
I grandi filosofi sono botti vuoti, nelle quali ci specchiamo in cerca delle risposte irrazionali.
Lasciando da sole le statue, esse piangono, avendo sulle spalle millenni di sofferenze sotto i ciechi occhi di pietra, impassibili e forse bisognosi di aiutare.
Busti arcaici da eoni si limitano a godere della sofferenza: cimiteri vuoti attendono il futuro, impossibile da modificare, e certo.
Nell'ombra di una puntuta cattedrale, gialla nel chiarore della notte (il regno dell'ossimoro, l'oscura lucentezza della carne scheletrica), ballano i figli del Male, quello innominabile, alto raffinato, crudo come una lastra di acciaio fredda ed insensibile.
Uccelli neri cinguettano bestemmie sulle teste polverose che scavano, ma verso l'alto; ascendere alla terra, tendenza del morto precoce.
Non si può pensare che ciò che è morto lo sia e basta: le ombre allora non esisterebbero, e le nostre paure inconsce si mostrerebbero come lucide campanule rosa, indifese e coccolose.
La paura ci accompagna per la nera strada, e il Male l'alimenta con le sue forme animali peggiori: chi nega di tremare al verso rauco dell'alloco, stridore di respiro insepolto?
Non puoi battere i tatuaggi del diavolo, ma puoi ascoltare il corvo gracchiare su un busto dimenticato: <<Mai più>>.
I suoi occhi sono fosse dimenticate, dove languono defunti intrisi di dolore e oblio: nessuno sa chi siano, nemmeno loro; si agitano come bestie indemoniate quali sono, rotolando la loro disperazione nel fango bluastro del pallore cadaverico.
Morti annegati che invocano un bicchiere d'acqua, piromani che tentano di rubarlo loro: mondo del rovescio, o rovescio del mondo.
La poesia esprimerebbe molto meglio quello che penso, ma quello che penso è in prosa.
Avventurati nel paese
delle anime dannate,
nel villaggio della dimora celeste,
nella strada persa verso il Paradiso.
Soffermati,
l'angolo di una rumorosa locanda
che sbircia un futuro incerto,
ma finito.
Non lasciarti prendere.
Mai.
Mai più.
Impegnarsi a concludere è il disimpegnarsi dalla vita: un'impiccata sventola, bandiera cruda di un mondo chiuso e gretto; sangue sui bianchi capelli di madre, che si infrange in lunghe onde sulla terra matrigna, sulla natura, che sputa sul mortale.
La sabbia, come la vita, si spegne sotto queste onde, più forti di lei.
I grandi filosofi sono botti vuoti, nelle quali ci specchiamo in cerca delle risposte irrazionali.
Lasciando da sole le statue, esse piangono, avendo sulle spalle millenni di sofferenze sotto i ciechi occhi di pietra, impassibili e forse bisognosi di aiutare.
Busti arcaici da eoni si limitano a godere della sofferenza: cimiteri vuoti attendono il futuro, impossibile da modificare, e certo.
lunedì 13 febbraio 2012
La sfilata dei Cavalieri
A George R.R. Martin, e i suoi cavalieri dalle armature luccicanti e fantasiose.
Soldatini imbacuccati come omoni dietro ad armature sfavillanti, in direzione di gloria, onore e fango.
I cavalieri, prodi difensori del reame, si innalzano sui loro cavalli armati (bella l'immagine di un unicorno che al posto dell'affusolato corno a spirale presenta un piccolo obice; già la parola obice è bella, figurarsi cavallo obice).
Ser Arcobaleno, con l'armatura di tutti i colori, fatta da un prisma: in realtà è bianca, ma il materiale di cui è composta spacca la luce e la getta tutt'intorno, riverberando colorate meraviglie.
C'è Ser Pente, sinuoso, l'armatura in code di lucertola; sangue freddo scorre nelle sue gelide vene, come thè lasciato troppo tempo sul davanzale: si assapora il caldo perduto.
Ser Marmellata avanza impetuoso, trascinando a terra la sua armatura di confetture (parola che oserei definire dolce) e biscotti, di pane e miele caldo; cavalca un cornetto, con uvette e marmellata d'arancia.
Ser Pranzo, ornato di ragù, cavalca un manzo, pasciuto e vitelloso; la sua arma è una forchetta, il suo scudo un piatto, che reca l'insegna di uno spaghetto che avviluppa il male del digiuno.
Dietro di lui Ser Bianco e Ser Rosso: le loro armature sono botti, e non portano armi: il loro vino è per gli amici, e assaporarlo davanti al camino, nelle notti d'inverno, li rende ancora migliori; il loro soprannome è Tesori, perché la pace del brindisi è meglio di una mesta razzia.
Ser Astronauta, voglioso di viaggiare per cielo, cavalca il suo ippogrifo, bianco panna, dalla cresta color del cioccolato; Ser Fiero cavalca la sua leonessa, dal pelo lisciato, e la sua spada riflette l'eco di battaglie pulite.
Ser Manto, completamente ricoperto di panneggi dorati, porpora e verdi; Ser Cromo, capace di cambiare colore in base all'umore: oggi è verde (Ser Fiero ha lustrato la leonessa; chi non vuole cavalcarla?), domani sarà bianco, o azzurro come le onde che increspano l'alba.
Ser Due, dal nero manto di 1 e 0, che attraverso una striscia luminosa sul petto indica cifre sconosciute, ma belle nel loro luminoso candore; compone odi matematiche, e risolve difficili calcoli in poco tempo.
La fanfara di fiati e percussioni annuncia l'arrivo di Ser Bardo; armato di un flauto traverso lancia dolci note, melliflue, in direzione del nemico, decidendo il carattere che le note devono instillare in lui. La sua armatura è uno spartito, e la melodia si scrive da sola, diligente, puntellando di bellezze canore il freddo metallo.
Ser Piuma, dall'elmo beccuto, pigola per un'antica ferita; la sete di vendetta è dipinta sulla sua cappa di piume viola, e dall'osso di seppia che brandisce con ferocia innata.
Ser Skeleton, armato di ossa di balena ed elefante; mai uccisi da lui però; la sua armatura sembra un corpo ribaltato, a volte spaventa davvero i bambini.
Ben più gioioso è Messer Pelo, l'araldica del formichiere fiammeggiante che si eleva sulla folla.
Cavalca un formichiere gigante, che sibila e sorride ai bambini, e ha sempre belle parole per tutti.
In realtà, è più il formichiere, gentile e bonario, che concede a Messer Pelo di cavalcarlo.
La sua armatura è coperta da una spessa e fuffosa peluria, morbida al tatto degli amici, pungente e fredda al contatto dei nemici.
L'allegra brigata
avanza nell'alba;
le loro avventure
già son leggenda.
Soldatini imbacuccati come omoni dietro ad armature sfavillanti, in direzione di gloria, onore e fango.
I cavalieri, prodi difensori del reame, si innalzano sui loro cavalli armati (bella l'immagine di un unicorno che al posto dell'affusolato corno a spirale presenta un piccolo obice; già la parola obice è bella, figurarsi cavallo obice).
Ser Arcobaleno, con l'armatura di tutti i colori, fatta da un prisma: in realtà è bianca, ma il materiale di cui è composta spacca la luce e la getta tutt'intorno, riverberando colorate meraviglie.
C'è Ser Pente, sinuoso, l'armatura in code di lucertola; sangue freddo scorre nelle sue gelide vene, come thè lasciato troppo tempo sul davanzale: si assapora il caldo perduto.
Ser Marmellata avanza impetuoso, trascinando a terra la sua armatura di confetture (parola che oserei definire dolce) e biscotti, di pane e miele caldo; cavalca un cornetto, con uvette e marmellata d'arancia.
Ser Pranzo, ornato di ragù, cavalca un manzo, pasciuto e vitelloso; la sua arma è una forchetta, il suo scudo un piatto, che reca l'insegna di uno spaghetto che avviluppa il male del digiuno.
Dietro di lui Ser Bianco e Ser Rosso: le loro armature sono botti, e non portano armi: il loro vino è per gli amici, e assaporarlo davanti al camino, nelle notti d'inverno, li rende ancora migliori; il loro soprannome è Tesori, perché la pace del brindisi è meglio di una mesta razzia.
Ser Astronauta, voglioso di viaggiare per cielo, cavalca il suo ippogrifo, bianco panna, dalla cresta color del cioccolato; Ser Fiero cavalca la sua leonessa, dal pelo lisciato, e la sua spada riflette l'eco di battaglie pulite.
Ser Manto, completamente ricoperto di panneggi dorati, porpora e verdi; Ser Cromo, capace di cambiare colore in base all'umore: oggi è verde (Ser Fiero ha lustrato la leonessa; chi non vuole cavalcarla?), domani sarà bianco, o azzurro come le onde che increspano l'alba.
Ser Due, dal nero manto di 1 e 0, che attraverso una striscia luminosa sul petto indica cifre sconosciute, ma belle nel loro luminoso candore; compone odi matematiche, e risolve difficili calcoli in poco tempo.
La fanfara di fiati e percussioni annuncia l'arrivo di Ser Bardo; armato di un flauto traverso lancia dolci note, melliflue, in direzione del nemico, decidendo il carattere che le note devono instillare in lui. La sua armatura è uno spartito, e la melodia si scrive da sola, diligente, puntellando di bellezze canore il freddo metallo.
Ser Piuma, dall'elmo beccuto, pigola per un'antica ferita; la sete di vendetta è dipinta sulla sua cappa di piume viola, e dall'osso di seppia che brandisce con ferocia innata.
Ser Skeleton, armato di ossa di balena ed elefante; mai uccisi da lui però; la sua armatura sembra un corpo ribaltato, a volte spaventa davvero i bambini.
Ben più gioioso è Messer Pelo, l'araldica del formichiere fiammeggiante che si eleva sulla folla.
Cavalca un formichiere gigante, che sibila e sorride ai bambini, e ha sempre belle parole per tutti.
In realtà, è più il formichiere, gentile e bonario, che concede a Messer Pelo di cavalcarlo.
La sua armatura è coperta da una spessa e fuffosa peluria, morbida al tatto degli amici, pungente e fredda al contatto dei nemici.
L'allegra brigata
avanza nell'alba;
le loro avventure
già son leggenda.
martedì 7 febbraio 2012
Delirio Onirico (1)
Liquidità argentate cercano di prendermi dal letto.
Mi sollevano, mi mettono su un cavallo di fredde spine di ghiaccio azzurro, ideale sedia del massacratore finalmente punito.
Il mio macabro trionfo sfila per le strade di una città nera e grigia, abitata da scheletri e fantasmi, accomunati dalla passione per le porte cigolanti.
Una processione lenta, come mascarpone che cola da una ciotola di plastica bianca; la mia paura era serena, consapevole di se stessa e delle sue potenzialità.
Un coniglio bianco come latte, con due strisce nere mi ferma, facendo rallentare a fisarmonica tutta la marcia dietro di me.
-E' meglio un coniglio o una puzzola?- mi chiede con fare sapiente.
Non conoscevo la motivazione; ma sapevo che quella domanda mi avrebbe salvato la vita.
-Dipende da dove sono; nel letto desidererei un coniglio, ma a mezzogiorno una puzzola sarebbe più congeniale alla mia volontà di tenere alla larga i ladri di lenzuola.-
Il pranzo, come ben sapevo, si svolgeva in un gazebo, circondato da vetri, in mezzo a un verde giardino sotto un cielo nuvoloso; e l'etichetta imponeva di essere in pigiama, avvolti dalla coperta.
Dunque la paura di essere vittime di un furto di pigiama era reale e concreta, in questo mondo.
-Grazie.- risponde il coniglio, che si viene a sapere essere re della città dei morti gialli.
Libero di andare e girovagare vado a ringraziare un dio senzanome in una squallida chiesa di periferia.
Una locanda e una chiesa si fondono prima ancora che possa accorgermene.
Mi trovo a bere dall'altare una birra rossa, scura, una Dubbel in stile belga credo.
Buona, ma un po' troppo acida; mi lamento con il barista, che so per certo che possiede un unicorno.
Ma ora che lo so, mi ritrovo nella processione, quella vera, con il coniglio bianco che impaziente, battendo il piede per terra, mi chiede: -Allora?-
-L'unicorno- gli rispondo io.
E il sogno si dissolve, la mia vita è salva
Mi sollevano, mi mettono su un cavallo di fredde spine di ghiaccio azzurro, ideale sedia del massacratore finalmente punito.
Il mio macabro trionfo sfila per le strade di una città nera e grigia, abitata da scheletri e fantasmi, accomunati dalla passione per le porte cigolanti.
Una processione lenta, come mascarpone che cola da una ciotola di plastica bianca; la mia paura era serena, consapevole di se stessa e delle sue potenzialità.
Un coniglio bianco come latte, con due strisce nere mi ferma, facendo rallentare a fisarmonica tutta la marcia dietro di me.
-E' meglio un coniglio o una puzzola?- mi chiede con fare sapiente.
Non conoscevo la motivazione; ma sapevo che quella domanda mi avrebbe salvato la vita.
-Dipende da dove sono; nel letto desidererei un coniglio, ma a mezzogiorno una puzzola sarebbe più congeniale alla mia volontà di tenere alla larga i ladri di lenzuola.-
Il pranzo, come ben sapevo, si svolgeva in un gazebo, circondato da vetri, in mezzo a un verde giardino sotto un cielo nuvoloso; e l'etichetta imponeva di essere in pigiama, avvolti dalla coperta.
Dunque la paura di essere vittime di un furto di pigiama era reale e concreta, in questo mondo.
-Grazie.- risponde il coniglio, che si viene a sapere essere re della città dei morti gialli.
Libero di andare e girovagare vado a ringraziare un dio senzanome in una squallida chiesa di periferia.
Una locanda e una chiesa si fondono prima ancora che possa accorgermene.
Mi trovo a bere dall'altare una birra rossa, scura, una Dubbel in stile belga credo.
Buona, ma un po' troppo acida; mi lamento con il barista, che so per certo che possiede un unicorno.
Ma ora che lo so, mi ritrovo nella processione, quella vera, con il coniglio bianco che impaziente, battendo il piede per terra, mi chiede: -Allora?-
-L'unicorno- gli rispondo io.
E il sogno si dissolve, la mia vita è salva
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