venerdì 8 giugno 2012

Fumata in Do minore per pipa

Racconto breve in due movimenti, seduto e recalcitrante

Mr Henry Salt si alzò dalla dolce poltrona di vimini che per un paio d'ore aveva chiamato casa, avviandosi verso la tabacchiera di latta che stava tra la pipa e il camino, poggiata su un tavolo marrone scuro.
Chi avesse voluto descrive la camera di Henry avrebbe usato poche e semplici parole: tabacco, mogano, marrone, lacca da scarpe, scamosciato e denso.
Preponderava in effetti un forte odore di fumo, fumo da pipa, e ogni rilievo e parte del mobilio era legno, mogano per l'esattezza.
Henry odiava la plastica: la riteneva fredda.
Aveva passato un'intera giornata dall'arredatore, abbracciando il mobilio, ma la sensazione di calore si era palesata solo con il legno, non con la plastica.

<<Ritengo che la tua visione dell'Assurdo sia sciocca e nichilistica, Robert>> disse Salt al suo compagno, mentre premeva il dolce tabacco nella pipa, conscio del piacere che il denso fumo gli avrebbe provocato all'accensione.
<<Tutt'altro, mio caro Henry>>
Ripetevano, in ogni frase, il nome dell'interlocutore, con voce calda e legnosa. Robert asseriva funzionasse da calmante: sentirsi ripetere il proprio nome da una voce salda e calma portava rilassamento e sicurezza di sé.
<<Dire che l'Assurdo sia fine a se stesso è nichilismo, per la mia visione, caro Robert. Perché non puoi assolutamente porre l'Assurdo come un serpente che si morde la coda. Pericoloso e anti-igienico, oltre che nichilistico. L'Assurdo, caro Robert, si sviluppa e ci avviluppa per il nostro bene. Dire che lo fa per se stesso è come definire una madre come "colei che egoisticamente procrea un figlio solo per coccolarlo">>
Henry, chiudendo la frase, perse i propri occhi nel fumo azzurrognolo della pipa, che accarezzava le pareti di legno impregnandole della sua matura dolcezza.

<<Infatti la penso così. L'egoismo è alla base dell'Assurdo, e noi non possiamo che goderne il più possibile. Cercare di trattenerlo diventa assolutamente negativo per lui ma soprattutto per noi.>> Robert si diede una vigorosa grattata dietro al lungo orecchio, noncurante della mancanza di eleganza del gesto.

Robert era sempre stato un mentore per Henry. Lo aveva cullato fin dalla tenera età con ninnananne assurde pregne di mostri sconfitti da casalinghe inventate, armate di sogni e padelle.
Henry ora aveva circa vent'anni, e non poteva nemmeno immaginare una partita a scacchi senza Robert.
Robert era il centro della trottola della sua vita, il piedistallo della sua statua di legno e fumo.
Robert era, insomma, l'ultima cosa che Henry volesse abbandonare.

<<Robert, lo so che parli di questo egoismo per indorare la pillola. Tra parentesi, un modo di dire mai compreso. Se qualcuno tenta di darmi una pillola dorata, mi spavento maggiormente. Ma torniamo a ciò che dicevo prima.>>
Henry diede una profonda boccata di fumo, riempiendosi di soffici venti le gote e la mente.
<<Vedi, Robert, tu mi hai insegnato tutto sull'Assurdo, e mi hai sempre dato una visione paterna del Formichiere e dei suoi insegnamenti. Non posso cambiare la mia mente ormai salda su questa convinzione.>>
<<Non sto indorando niente, Henry. Ma da un lato hai pienamente ragione. Devo andarmene, e per sempre probabilmente.>>
Henry strinse forte la pipa, inutile ancora di salvezza contro le emozioni che stavano per rovesciarsi nel suo mondo.
<<Ma ciò non toglie che rimango fermo sull'egoismo dell'Assurdo. Tu per l'Assurdo non vali niente. Sei solo un suo mezzo, troppo preciso e... convenzionale per servirlo appieno. Ciò non toglie che tu debba gioire dell'esperienza fatta con lui. Ma la tua partita è finita.>>

Henry si sedette.

<<Il tuo lavoro ti ha allontanato dal Formichiere. Ti è stato dato tempo, ma è ormai ovvio che lo hai abbandonato.>>
<<Non è assolutamente vero, Robert...>> disse Henry senza convinzione.
<<Invece sì, e lo sai. Pensaci bene. Nella tua testa ci sono numeri, soldi e non c'è più spazio per i peli del Formichiere. I colori si sono spenti. E dunque il mio compito è finito.>>
<<Ti prego Robert, cantami un'ultima ninnananna. Quella della strega e del nugolo di zanzare, del ranocchio vanitoso e della nascita della mia pipa. Oppure l'altra, sulla musica degli dei e la bellezza degli inferi, dove le padelle non vengono giudicate per le opere ma per le omissioni...>>
<<Te le canterei volentieri, Henry, ma so che me lo chiedi solo per trattenermi ancora.>>

Henry si accorse di aver perso la partita, oltre che di averla finita. Disperato pensò alla sua ultima richiesta.
<<Dimmi solo dove andrai. Un giorno potrei venire a trovarti...>>
Robert sorrise.
<<C'è sempre posto per te, nella tana del Formichiere. Mi troverai a casa, come sempre.>> 
La sua voce sapeva di pesche e latte appena munto, di menta e miele che sgocciola dalle labbra di un bambino, nonostante la strettissima bocca da cui usciva e la lingua spropositamente lunga.
Henry, con le lacrime agli occhi, vide di sfuggita la coda ruffolosa dell'amico andarsene dietro alla porta.

martedì 5 giugno 2012

Summer is coming...

Parafrasando il buon vecchio Eddard Stark.
Odio l'estate, madre prolifera di nuguli di bestie volanti e malvagie, succhiatrici di sangue e bestemmiatrici del fresco.
Come si può apprezzare un qualcosa che viene su dalle pozze di acqua salmastra (chiaramente figlia della bassa pressione che caratterizza la domenica pomeriggio)? 
De André diceva: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior...". Innegabile, frase altisonante e pomposa che va contestualizzata e un sacco di cose che non rientrano in quello che volevo dire.
Io volevo solo dire che dal letame nascono i fiori, ma nascono in mezzo a tanta cacca comunque. Senza nulla togliere al miglior cantautore di sempre (mia personale opinione).

Come al solito mi sono perso, datemi un attimo che rileggo le baggianate che ho scritto prima... ah ok

Odio l'estate.
Ma tanto.
Lo so che ci sono le vacanze e tutti non vedete l'ora di avere la sabbia nelle scarpe, ma io odio anche la sabbia nelle scarpe. E per la cronaca odio anche la piscina, troppi rompicoglioni.
Sempre mia personale opinione.
Ma non sto scrivendo per lamentarmi; o meglio, anche per quello, ma prevalente mente perché la mia mente si è impantanata nella collosa calura del pomeriggio.
Sì, anche se oggi non fa caldissimo.

Io amo l'autunno. Colori più belli, dice qualcuno, temperature migliori dice qualcun altro mentre succhia il giallo delle foglie che lievi cadono in mezzo alla strada, carezzando la strada.
Io dico semplicemente (oggi mi sento molto semplice, semplicemente, binario, non complesso e assolutamente lineare) che amo l'autunno perché segna la morte degli insetti cattivi che ho citato prima.

Colla aeriforme che dilaga,
si appanna
e grava sull'asfalto,
anch'esso colla,
liberando ondate di calore fornifero.

Ho scritto questa poesiola pensando alla parola estate. Vi prego, portatemi via, perché d'estate godo solo in vacanza.
La vacanza, l'andarsene, mi profumano di lindore candido: nemmeno la pioggia pungente del temporale può annacquarmi se non sono in città. Immune a qualunque bruttura godo del fresco e della mancanza d'umidità, la colla del cielo.

Portatemi via,
dove l'alba è bagnata di succo
e gli uccelli si inebriano di bellezza.

E dove non ho la sabbia nelle scarpe.

domenica 3 giugno 2012

Gli Araldi del Formichiere: Janitor

Questa è la prima puntata di una serie di post che ci accompagneranno saltuariamente (come piace a noi) da qua in poi. Immaginatevi uno studio televisivo: io sono l'umile e unico presentatore, che lancia un piccolo documentario su uno dei Grandi Personaggi di spicco dell'Assurdo. Buona visione.

JANITOR

Sono un grande amante delle serie televisive: mi sono innamorato della sensazione di profonda intimità, dell'emulazione di vita reale con quel pizzico di pepe e cannella in più, del coinvolgimento emotivo e fisico nel voler sapere cosa accade nella puntata che segue.
Ogni passione, qualunque essa sia (dal coltivare gamberi da cocktail al rimirare un paese esotico in televisione), nasce da un singolo episodio che ci convince della bellezza del totale.
Nel caso delle serie televisive parlare di episodio è ancora meglio, perché è stato proprio un episodio a farmi innamorare.

La mia prima volta è stata con Scrubs, come credo quella di molti. Ma oltre a tutte le qualità delle serie tv descritte sopra, alla chetichella (una delle parole più belle del vocabolario, tra parentesi), un personaggio spiccava maggiormente tra gli altri. Qualcuno che con la sua aura di Assurdo che gli lievitava intorno alle parole rendeva la visione frenetica, vogliosa di sentire altre perle non-Convenzionali.
L'inserviente, Janitor in inglese.
La sua figura è un esempio di comicità assurda, di quella comicità che prende e coinvolge, di quella comicità che ti fa innamorare del personaggio che con tanta perizia la sa ammaestrare e fare sua (e sì, sto usando molto la parola "innamorare". Ma è l'effetto che mi fanno le serie tv).

Per chi già lo conosce, consiglio di andarsi a rivedere le puntate più belle, dove il Nostro si cimenta in monologhi mozzafiato sulla vita, l'universo e tutto quanto (cit).
Per chi non lo conosce, forse è meglio che inserisca qualche citazione presa rigorosamente a caso.


Elliot Reed: <<Uffa ma perché io non cresco mai? Non posso essere più forte? Inserviente, ti sei mai guardato allo specchio desiderando di essere diverso in ogni senso?>>
Janitor: <<No... sono un vincitore. Ma ti dirò una cosa che mi disse mia nonna quando ero ancora un bambino. Anche se allora pensavo fosse mia madre. Mi disse: "Tempo speso a desiderare è tempo perso". Ed è morta poco tempo dopo. E mia sorella, che in realtà era mia madre, non lo ha mai accettato. Nemmeno il mio papà-fratello. Che domande sono? se vuoi essere diverso, sii diverso.>>

Da qua possiamo partire con una breve analisi delle caratteristiche principali.
(NB Sempre per chi non conosce l'Inserviente, egli non ha nome. O meglio, mai lo ha detto o mai nessuno lo ha chiamato con il suo nome. Morale: non è il nome a fare la persona, tranne se ti chiami Agenore)

La prima cosa che si nota è sulla complessità delle sue relazioni familiari, e il mistero che permea la sua figura: mai si saprà nulla del suo passato, e soprattutto della sua incasinatissima famiglia. O meglio: lui ne parla spesso, raccontando di abusi fisici (una volta, da quel che mi ricordo, suggeriva l'acquisto di una gabbia per bambini, dicendo che la sua era molto più piccola) e mentali, oppure di grandi personaggi tristi all'americana, poveri saggi con manie pericolose ma così pieni di buoni e generosi consigli.
Avete presente il classico musicista di colore che ad un angolo della strada decanta la bellezza del piccione, poiché esso sa volare? Intendevo una cosa del genere.

La cosa importante, tornando all'Inserviente, è non credere a ciò che dice. O meglio, non sempre.
Un esempio che avvalora questa ipotesi, inchiodandola gravemente alla realtà, è la saga delle frasi su suo padre.

(1)
Janitor: <<Avevi ragione papà!>> (indica il cielo) <<Non è morto, è al piano di sopra. Sta morendo.>>
Interlocutore: <<E' malato?>>
J: <<Sì, di nervi. Dice che è un gufo, ma chi lo capisce quando ulula?>>

(2)
J: <<Avevi ragione papà! (indicando il cielo) Non è morto. Sta sul tetto.>>
I: <<Perché sul tetto?>>
J: <<Crede di essere un puma>>

I misteri migliori vengono poi espressi tramite richieste assurde, perpetrate verso personaggi che rimangono scioccati dal loro ineffabile nonsense: 
"In cambio voglio che mi ingessiate completamente e che mi portiate all'aeroporto. Poi vi spiego."

Ciò che però lo rende davvero un personaggio degno di essere nominato come Araldo è la sua filosofia spicciola, essenziale ed ineccepibile, puntuale e mai fuori luogo, intransigente e piena di spunti di terree riflessioni.

(1)
<<Ricordo cosa disse mio padre quando ero piccolo.
Disse: "Ragazzo, non sposare una scimmia. Ha brutti piedi.">>

(2)
<<Non credo nella luna. Per me è il retro del sole>>

Vi lascio con un'ultima celebrazione di tanto personaggio, degna di ascendere al Peloso Olimpo dove risiede sua Boccasottilezza il Formichiere (amante peraltro dei pirati).


(In assenza della bandiera americana all'entrata dell'ospedale)
J: <<Che faccio nel frattempo? Ci metto una bandiera pirata? Trasformo l'edificio in una nava pirata?>>
(si gira verso l'ospedale)
<<Potrei piazzare un timone sul tetto. Catturare un bel pappagallo, mettere una benda sull'occhio, applicare del mastice, sigillarla, renderla impermeabile. Portarla fuori in mare...">>
Interlocutore: <<Ma sei pazzo?>>
J: <<No. Sono un pirata>>




P.S. Per chi se lo fosse chiesto, l'Inserviente crede nel Tricheco. C'è chi preferisce i baffi, alla coda. 

Chiedo scusa, Formichiere

Mi scuso, in poche e forse inutili righe che precedono il prossimo articolo (cacchio quanto mi piacciono gli Avantasia da ascoltare). Lo so, è più di un mese che non scrivo, che non apro nemmeno la pagina del blog. E il motivo è molto semplice.

Nel Regno del Formichiere il piacere, la bellezza e il passeggero (l'effimero, per non lasciare ambiguità) si fondono in un vortice musicale, un tunnel repentino da cui attingere solo belle cose.
Ma per parlare dell'Assurdo devo purtroppo mantenermi ancorato alla Madre Realtà, alla grigia concretezza del novembre e del muro.
E purtroppo la realtà degli ultimi mesi mi ha lasciato profonde e carnose ferite mentali. "Che i vermi banchettino" penserà qualcuno, ma io non ho pensato a quello.
Io non ho pensato a niente. NIENTE.
E l'Assurdo non può essere generato dal nulla, ma deriva dal TUTTO.
La tristezza dei mesi scorsi mi ha lasciato dunque scosso, incapace di pensare anche solo per un momento ad un rinoceronte in bicicletta, alle mie salamandre preferite (quelle viola e verdi, che si arrampicano sui muri della noia domenicale), al naso importante di qualcuno. Ho abbandonato l'Assurdo, giudicando il mio lavoro precedente una serie di sciocchezze volute da una gloria passeggera.
Ma sapete cosa vi dico? Sono tornato in lacrime, perché il seno di Madre Realtà è scuro e secco. Sono tornato in ginocchio non perché i miei problemi siano stati risolti, ma perché casomai si sono rafforzati, spingendomi sempre di più in un angolo. Sono tornato nella luce colorata e arcobalenica dell'Assurdo perché esso era il martello per rompere i muri che mi opprimevano. Il sonnifero per il sonno che non arriva.
Sono un fiume in piena che rischia di travolgere tutto, se non inizia a perdere un po' d'acqua.

Per questo ora sono felice di fare un po' di introduzione al mio prossimo articolo, che seguirà queste poche righe (che ora sono medie righe), a ruota, come un pavone (o Il Pavone per i credenti), per liberarmi di qualche bicchierino.

Grandi personaggi prima di me hanno imparato l'assurdo, la bellezza fugace del nonsense più puro, che di senso straripa. Molti prima di me hanno veduto il Formichiere, ma non nella stessa forma in cui io l'ho contemplato (chi crede nel Tricheco, chi nel Camaleonte). E' importante che in un blog dedicato all'assurdo si parli anche di chi l'Assurdo l'ha vissuto, e l'ha certamente celebrato meglio di me.

lunedì 23 aprile 2012

Il Piacere

A lungo barbosi filosofi, saltimbanchi del sapere, lucertole del cervello, si sono lambiccati sulle definizioni astruse dei termini base della vita umana.
Neuroni sprecati per la definizione di bellezza (alla quale anche io ho ceduto gran parte delle mie cellule cerebrali, per giungere ad una conclusione sbagliata), di giusto, di gusto, di arnia, di leale, di giallo e blu.
Ma sono davvero neuroni gettati al vento, o è insito nella nostra fragile natura carnale riflettere su questi "grandi misteri" soggettivi?
<<Chissenefrega>>, risponde l'uomo con la birra in mano; <<Let's go!>> i punk della filosofia, nelle loro tuniche di seta e pensieri.
Ad ogni modo, poiché al momento non ho né una birra né una cresta, la mia risposta è: <<Non ho niente da fare ed è un po' di tempo che non lascio andare la mia mente a briglia sciolta: riflettiamo su qualcosa di profondo>>. E poiché in testa ho un enorme barattolo di nocciolosa Nutella, non posso fare a meno di riflettere sul Piacere.
Ma non con pensieri razionali e distinti, in giacca e cravatta

Il Piacere è innanzitutto puro, liscio, limpido, proprio come la Nutella senza briciole dentro. E' i panni bagnati, che profumano di detersivo, la brezza fresca e frizzante di una mattina primaverile, le farfalle che poggiano lussuriose su fiori grandi e di colori densi.
Il Piacere non ha un tempo, perciò non può essere atteso. (Magari questa la spiego meglio: uno può aspettarsi il Piacere, essere certo della sua venuta, ma sarà sempre un Piacere diverso da quello pregustato.)
Il Piacere non ha un ordine: può essere sparso come le lasagne in un piatto, fumanti, maciullate dalla forchetta; può essere la tavola apparecchiata di tutto punto, ma se il bicchiere è vuoto lo si attende invano.
Il Piacere non è mai scontato: una battuta salace, accompagnata da risate gustose e inarrestabili, sarà sempre più piacevole di una barzelletta precotta e stantia.

Poesia sublime,
che si innesta tra gli occhi;
scambio di colori,
tavolozza trascendente.
Poesia ineffabile,
ricerca di una vita.

Questo può far ben pensare a quanto il Piacere sia soggettivo: se noi fossimo un dipinto, ognuno sarebbe del colore che vuole.
Il Piacere essendo soggettivo, è spontaneo, come il flusso di coscienza, la poesia, lo scrivere, l'innamorarsi, l'illuminarsi d'immenso.
Il Piacere sta anche nelle piccole parole. Ognuno ha una predisposizione verso alcune sequenze di suoni, sequenze che innestano un processo di piacere.
A me ad esempio piacciono: lemma, bottone, pinco-panco, panno, pantofola, sciacquio, lavello, bidoncino, pasticcio, Lapponia, lampone, ruvido e nasello. Per non parlare di lampreda, bubbole e fuffolosa (esatto, la coda del Formichiere!).
E che nessuno mi etichetti come strano! O meglio, chiunque è libero di farlo, ammettendo però che anch'egli ha delle "parole del piacere" (definizione data ora, favola del ponte, ma perché?); saranno pappa reale, trota, renna, lucertola o dragomarino, ma il risultato sarà uguale.

Ognuno dunque vive il Piacere soggettivamente, ma i meccanismi che lo innestano possono essere decodificati, scartati come la carta di una merendina, lavoro noioso, borioso ed ingrato; di certo non sarò io a farlo, anche perché, nella testa, mi ripeto continuamente "bottone", e sorrido.

giovedì 29 marzo 2012

Assurdo il videogioco


Il nuovo gioco 2D senza senso, figlio malato di un laboratorio di informatica e tre nerd che non volevano fare lezione. 

Ti viene consegnata una spada, con la quale devi girare su un monociclo e uccidere dei goblin nudi omosessuali, ovviamente suonando la cornamusa (comparsa dal nulla) e poi devi sparare a dei pinguini zombi ebrei che sanno solo saltare in basso con stupore della folla (non è cosa da tutti i giorni vedere dei pinguini che sanno saltare solo verso il basso).
Devi andare in cerca di tesori che ti aspetti, contenuti in bauli che sono dei confetti di Hello Kitty, dove dentro trovi delle mutande rosa che sei costretto ad indossare per andare avanti di livello. I nemici più cattivi sono i temibili draghi del gesso.
Il boss finale del dungeon è una Barbie transessuale africana con un mitra al posto della gamba destra e al posto del naso ha un machete, che alla fine scopri essere tua mamma.

Ma in verità, non è il vero finale. Il finale vero è che tutto era un sogno e che il gioco dura oltre trecento ore di gioco, solo di quest principale, mentre le quest secondarie hanno una durata totale di due ore.
La più lunga è la quest dove i lupi mannari sono gialli e rossi e saltano su steccati di panna acida. Naturalmente al posto di pistole hanno banane.

Tale quest si chiama "Rossi the Trololo of the Shadow's Mountain": la famosa quest che è buggata apposta, va sempre in loop mentre Rossi balla il Trololo e il gioco non finirà mai.
Se però sei fortunato compare un Pikachu (unico effetto 3D del gioco) che ti ripete di scaccolarti. Se lo fai tiri un d20 a 30 facce e se fai più di 12 accedi al Bergen Temple dove ti viene insegnato a essere una cicogna bugiarda, che si scopre NON essere tuo padre.
Se fallisci verrai indirizzato alla camera a gas necrofilo pieno di algoritmi messi a caso e strutture dati fatte di camomilla, fragole e gesso. Mai dimenticare il gesso!
Alla fine potrai essere dichiarato ETEROSESSUALE nonostante tu ami profondamente la pianta che ti regalò un Argoniano il giorno della tua prima comunione. Il gioco si chiude con una schermata blu con scritto "The plant is a lie".

Ma non dimentichiamoci dell'espansione Niagara's Legacy!

In sottofondo partirà la versione misheard di It's My Life, mentre uno zombie e un geranio usciranno dal monitor inculandosi a vicenda per la stanza con grande dispiacere dell'orecchio destro di tua suocera, evocata per l'occasione dietro al tuo armadio, che si scopre essere LUI tuo padre, l'armadio di Narnia e lo stupido Mr Tumnus.

Poi ci sarà un seguito, dove dovrai interpretare un gessetto. Dovrai viaggiare dentro un essere chiamato Algebra fatto di baffi (solo quelli). Si sa solo che ad un certo punto del gioco incontrerai un potente alleato, chiamato Daimon, e ti chiederà se puoi essere fumato da lui o se vuoi fumarti da solo
Ma tu devi scegliere di fumarti lui e comprare l'intero Ipercoop di viale Piacenza a Rho milanese, dove colonie di Jigglypuff si ingroppano per conquistare il mondo.
Tale Ipercoop può essere dorato e trasformato in un gatto paffuto e tascato che ti ripeterà che sei in ritardo, tranne quando andrai finalmente a letto con la regina delle streghe.
Poi i beta tester hanno scoperto dopodomani che questo seguito ha un finale.
La colonna sonora è dei Nightwish, mentre la capsula del tempo usata per uscire da Narnia è una supposta di ossidiana.
Si scoprirà poi chein realtà quella capsula era tua nonna di 3° grado.

Allontanarsi dalla quest principale vuol dire finire in un bosco dove vince chi ti tagga per primo in una foto di Paris Hilton e del suo nuovo furetto,e l'ultimo che ti tagga per penitenza deve scopare il tuo dito ignolo.
In questo gioco le 99 scimmie di cui si cantava nelle Follie dell'imperatore, ora zombie, cantano di mummie afrodisiache, e il boss finale è un temibile drago di gesso omosessuale masochista piromane necrofilo zoofilo sadico, che indossa un tutù (di gesso) rosa.

La rivelazione peggiore è quando nella rovina nanica trovi i resti di una leggenda scappata, nata dalla tempesta che sconvolse la Terra per secoli durati decine di giorni, in cui Rossi e Bergenti si sfidarono per la supremazia del mondo.

Dalla malata mente di Darkfagio, Pain e il Formichiere.

giovedì 15 marzo 2012

Saltellando Felicione

Lambiccando il mio povero ed inusuale cervello, pedissequamente mal gestito, sono giunto alla conclusione del saltellìo incessante.
Ogni persona nasce saltellando, felicione come un peluche stellare sperso per qualche luna boscosa delle Galassie Fantadiottriche.
Chi smette di saltellare può farlo per motivi d'accidente: un rametto pulviscoloso, un moscerino fastidioso, una ranocchia che ti sfida ad essere verde.
Ma in ogni caso lo smettere di saltellare comporta una fine, più o meno visionabile, più o meno dolorosamente.
Il nostro felicioso saltellare può giungere ovunque egli desideri (dicesi ricorsione vitale: lo fa perché lo vuole e lo vuole perché lo fa), ma fattori possono aumentarlo o decelerarlo, oltre che purtroppo fermarlo.
Prendiamo per esempio la definizione che il vocabolario anteluviano da' alla parola TENTAZIONE.

TENTAZIONE: gorgogliante ammasso incolore in cui ognuno vede ciò che vuole. Caratteristica intersoggettiva della TENTAZIONE è la sua capacità di far variare in direzione o velocità, il nostro saltellare.
vedi:      rane verdi di Jesolo
           comare scimmia

Non sono sburocchiolate che mi vengono in mente per l'albero che tira (o per l'albero che fa vento starnutendo), ma esperienze vissute per sofferenza.

Camminavo, anzi, saltellavo col brio di un capriolo che ha addosso le mutande nuove (fresche e odorose di pulito, intonse come un barattolo bianco di latta).
Ad un certo punto, di fronte ad un fiume mostro il ponte giallo mi ha parlato, invitandomi come un burattinaio a saltellare su di  lui, per guadagnare tempo, mi diceva sulle note di un pomeriggio primaverile.
Accettavo come un XY che vede un XX, lanciandomi in un galoppo forsennato, berserk di gambe.
Cacchio il gufo aveva ragione.
Nel momento in cui il mio balzello stava per toccare il giallo del ponte sorridente, e il mio cuore era leggero come panna montata, il ponte si scansa e finisco nell'acqua.
Quanto ho dovuto saltellare per uscire dalle schiumose acque sciabordanti, tumulto di scogli e di spuma, brezza liquida e frizzante!

La morale è: saltellate attenti, diffidate dei ponti gialli, il male è TENTAZIONE, meglio a questo punto la convenzione.

P.S. La rima non è voluta.
Almeno non consciamente.