Trovare una biblioteca in un libro ha un nome. Si chiama antologia.
E questa è un'antologia di antologie.
Secoli di letteratura in pochi centimetri di frasi.
A voi, miei cari.
La cena è servita.
DEL GABBIANO O DEL RIFIUTO
Catalizzando in alto mare, guardo sperduto oceani di viltà e polipi, ignorando il savio richiamo del gabbiano.
"L'oceano è bello solo se non lo tocchi."
Pennuti insegnamenti, come nei giorni della scuola dei pulcini.
Non c'è pace per i portatori di ali.
DEL LEONE O DEL MOTIVO
Arringando la folla, ci si sente come leoni arrivati nel paradiso delle zebre.
Ma siamo sicuri che non sia la caccia a saziarci più della preda?
DI EDIPO O DEL CRIPTICO
Catapultami o Sole!
Peccato, peccato! Contro di te, ho peccato!
Tu possa perdonarmi, Popolo di Tebe, santi cittadini dell'avvenire poetico. La distruzione non fermerà ciò che i miei occhi non vedono.
DEL PIRATA O DELL'AMORE
Un pirata mi colse, dal fondo della strada.
Mi mise una coperta sulle spalle e mi offrì un bicchierino di speranza.
DEL DESERTO O DELLA CECITÀ
Secchi i miei occhi.
Al deserto non interessa vedere.
DELLA MUSICA O DELL'ASCOLTARE
"Sappi solo, mio caro allievo, che la musica esce dal cuore, e nel cuore entra. Mai pensare che per la musica servano le orecchie."
Il piccolo sordomuto annui, e i suoi occhi brillavano di note luccicanti e colorate, come canditi in un morbido panettone.
DEL VIAGGIO O DELLA FINE
"<<Mi ha sempre chiesto dove porta questa strada, e ora finalmente te lo potrò raccontare, mia cara.>>
Il suo sorriso era splendente come una promessa di rugiada."
Da Le Ultime esperienze della Vedova di Sale.
DEL RIEMPIRE O DELLO SCRIVERE
"Perché scrivi tutte quelle cose, vecchio rincitrullito?"
La moglie del vecchio scrittore non aveva mai capito.
Il vecchio, chinato sulla pergamena per poterne sentire meglio il profumo alzò lentamente la testa.
Le parole gli uscirono fragili, come di ghiaccio e cartapecora.
"Perché il bianco è più vuoto del nero."
DELLA VITA O DEL VINO
Poteva dire di aver vissuto per la scrittura.
Una vita lunga, attorcigliata e piena di soddisfazioni, come un libro scritto con una penna stilografica.
"Morirò come ho sempre letto: coricato, nel mio letto, in compagnia di un bicchiere di vino e di una pipa di legno d'erica. Non v'è più dolce morte."
E spirò felice, il bicchiere mezzo vuoto e la pipa ancora sulle labbra. Il libro gli cadde dalle ginocchia e si chiuse al suo fianco.
DELL'INFINITO O DELL'IMPOSSIBILE
Aveva dedicato la sua vita al suo libro.
Incompleto, ma nonostante ciò, il libro più lungo mai scritto da qualcuno.
Parlava di guerre, danze, pranzi, uccisioni e matrimoni, passando per i viaggi, i tradimenti, le feste e i mercati.
Civiltà erano nate e crollate tra i suoi capitoli; cattedrali si ergevano e venivano distrutte da rivoluzioni, in un filo conduttore che si stendeva verso l'infinito.
Il libro più lungo di sempre.
Amori, sconfitte, vendemmie; appalti, costruzioni, mobili di legno e intere letterature.
Non era mai riuscito a rileggerlo.
Morì come era sempre vissuto: chino sul suo libro, la penna in mano.
Il bicchiere di vino rosso, forte e torbido, suo compagno e ammiraglio si ruppe quando il braccio esangue lo urtò.
Le gocce scrissero la fine per lui.
La letteratura dell'Assurdo come mezzo di liberazione poetica, assenza di vincoli tra foglio di carta e poeta. La letteratura dell'Assurdo intende tre strade principali: descrizione della Convenzione tramite l'Assurdo, la descrizione dell'Assurdo tramite la convenzione, oppure le descrizione dell'Assurdo tramite l'Assurdo stesso.
venerdì 1 marzo 2013
martedì 19 febbraio 2013
Universi Paralleli
In un Universo parallelo le finestre sono rotonde e le palle sono quadrate.
Sono sempre stato affascinato dalla teoria degli Universi paralleli. Immaginate. No, non illudetevi, non potete.
Prerogativa del convenzionale essere umano è la finitezza: impossibilitato alla sola immaginazione di un infinito reale, davvero illimitato.
In un Universo parallelo, l'uomo è immortale, ma le leggende non esistono.
Esiste un Universo parallelo per ogni cosa, per ogni sghiribizzo che la vostra mente si pone per gioco o per davvero.
Mi ricordo di una gita in torrente, con sani e cari amici e qualche birra, a parlare di Universi possibili.
Pescavamo trote con le camole (vermi grassi e succulenti, per voi lettori pesci).
"Se la teoria degli Universi paralleli è vera, esiste un Universo dove le trote pescano le camole usando gli uomini come esche."
"Se la teoria degli Universi paralleli è vera, esiste un Universo dove le camole pescano le camole usando gli uomini come camole."
"Se la teoria degli Universi paralleli è vera, esiste una camola dove l'Universo gli uomini usando le trote come esche."
In un Universo parallelo, il gioco è una punizione e la letteratura un errore.
Foreste incontaminate governate da Formiche, eterne guerre di religione tra Formichieri e Orittepori, ammansiti da cornetti alla crema e pantaloni a zampa di elefante.
Guardiamo il cielo, immaginando astronavi cariche di pus abbordare mercantili di pietre preziose, con carichi strabordanti di amarene e lattuga.
Lavatrici fasciste che assaltano carri di rose nel deserto di una luna sconosciuta.
Armadilli beoni incapaci di alzare il gomito.
Senzatetto economici venduti alle città vicine per renderle più vissute, anticamere di alberghi con cuccette di vimini e frottole.
Tegami di pasta che volano e sterminano acari ingigantiti da una razza di albini mammiferi sferoidali.
"Apra il fuoco sulla città, CaporalSignore"
"Ma ancora non abbiamo messo l'acqua, RapaceInteditore".
Dialoghi che si perdono tra stelle di nobili natali.
Pianeti razzisti che si arrogano diritti di discriminazione tra loro; piantagioni di caucciù che lavorano, schiave, nelle terre degli uomini.
Gli amici sono quelli che ti dicono quando si deve smettere e quando iniziare. Ma nell'Universo X312L22M36 (che sta su una chiocciola appoggiata a un muro di pietra presso Domodossola), gli amici sono quelli che ti scoprono la schiena per disegnare mappe stellari.
L'Universo "Bambolero" n°125 (si trova sulla scia di una stella cometa, vista solo da due innamorati che stanno per suicidarsi gettandosi dalle scogliere di Moher) è imperioso e balbuziente, con frequenti terremoti.
L'Universo KKKKK54789645 (che sta sulla targa di un pullman in Messico) è invece privo di tempo. O meglio, esso scorre talmente piano da essere di velocità trascurabile. Noia e alcol, prevalentemente. Gli abitanti di tale Universo passano la maggior parte delle loro vite annoiandosi, bevendo, e chiedendosi se bevono per la noia o si annoiano perché bevono.
Giusto mentre ho scritto questo articolo, infiniti Universi sono stati distrutti brutalmente con lanci di coriandoli e briciole di pane.
In un Universo parallelo, non esistono Universi paralleli.
Sono sempre stato affascinato dalla teoria degli Universi paralleli. Immaginate. No, non illudetevi, non potete.
Prerogativa del convenzionale essere umano è la finitezza: impossibilitato alla sola immaginazione di un infinito reale, davvero illimitato.
In un Universo parallelo, l'uomo è immortale, ma le leggende non esistono.
Esiste un Universo parallelo per ogni cosa, per ogni sghiribizzo che la vostra mente si pone per gioco o per davvero.
Mi ricordo di una gita in torrente, con sani e cari amici e qualche birra, a parlare di Universi possibili.
Pescavamo trote con le camole (vermi grassi e succulenti, per voi lettori pesci).
"Se la teoria degli Universi paralleli è vera, esiste un Universo dove le trote pescano le camole usando gli uomini come esche."
"Se la teoria degli Universi paralleli è vera, esiste un Universo dove le camole pescano le camole usando gli uomini come camole."
"Se la teoria degli Universi paralleli è vera, esiste una camola dove l'Universo gli uomini usando le trote come esche."
In un Universo parallelo, il gioco è una punizione e la letteratura un errore.
Foreste incontaminate governate da Formiche, eterne guerre di religione tra Formichieri e Orittepori, ammansiti da cornetti alla crema e pantaloni a zampa di elefante.
Guardiamo il cielo, immaginando astronavi cariche di pus abbordare mercantili di pietre preziose, con carichi strabordanti di amarene e lattuga.
Lavatrici fasciste che assaltano carri di rose nel deserto di una luna sconosciuta.
Armadilli beoni incapaci di alzare il gomito.
Senzatetto economici venduti alle città vicine per renderle più vissute, anticamere di alberghi con cuccette di vimini e frottole.
Tegami di pasta che volano e sterminano acari ingigantiti da una razza di albini mammiferi sferoidali.
"Apra il fuoco sulla città, CaporalSignore"
"Ma ancora non abbiamo messo l'acqua, RapaceInteditore".
Dialoghi che si perdono tra stelle di nobili natali.
Pianeti razzisti che si arrogano diritti di discriminazione tra loro; piantagioni di caucciù che lavorano, schiave, nelle terre degli uomini.
Gli amici sono quelli che ti dicono quando si deve smettere e quando iniziare. Ma nell'Universo X312L22M36 (che sta su una chiocciola appoggiata a un muro di pietra presso Domodossola), gli amici sono quelli che ti scoprono la schiena per disegnare mappe stellari.
L'Universo "Bambolero" n°125 (si trova sulla scia di una stella cometa, vista solo da due innamorati che stanno per suicidarsi gettandosi dalle scogliere di Moher) è imperioso e balbuziente, con frequenti terremoti.
L'Universo KKKKK54789645 (che sta sulla targa di un pullman in Messico) è invece privo di tempo. O meglio, esso scorre talmente piano da essere di velocità trascurabile. Noia e alcol, prevalentemente. Gli abitanti di tale Universo passano la maggior parte delle loro vite annoiandosi, bevendo, e chiedendosi se bevono per la noia o si annoiano perché bevono.
Giusto mentre ho scritto questo articolo, infiniti Universi sono stati distrutti brutalmente con lanci di coriandoli e briciole di pane.
In un Universo parallelo, non esistono Universi paralleli.
martedì 5 febbraio 2013
Apocalisse e marzapane
Preludio
Mi trovo al pub, una serata goliarda e piena di risate, risate da birra, risate da compagnia. Una di quelle serate che ti fanno dormire con il sorriso sulle labbra, stanco nel corpo, riposato nella mente.
Qualcuno butta lì una parola, sola e nuda: Apocalisse!
Mente mia, fatti capanna. (Grazie Davide)
Piovoli di marzapane cadono rimbombando da un cielo di fiamme e pan di stelle, ridendo con la ghigna di chi sa quel che sarà.
Corro tra macerie e briciole, tra schegge trucioli di civiltà; mi accorgo della solitudine della massa, insensibilizzando la mia capacità di coesione inconscia.
"Lasciatemi stare, marmocchi mentali! Lasciatemi correre, convenzioni sociali! Il mio lamento si erge, ché nel correre per la fine, solo voglio rimanere, coi miei pensieri e una fetta di pane imburrato. L'ultima e dunque la più piacevole (forse?)."
Aggiro il mio sguardo affamato, il grembiule sporco delle briciole della vita che mi appassisce intorno.
"Santi numi, creme di inferni primordiali!"
I quattro motociclisti dell'Apocalisse rombano insozzando l'aria di catene e luride parole.
La loro prole sono i sassi, che per anni hanno osservato impietosi la razza umana, pur consci della sua fine.
"Non c'è scampo"
Il pensiero mi martella come un picchio, sulla gamba destra, dove la sciatica mi ha dato la facoltà di prevedere i cambiamenti climatici.
"Non c'è scampo"
Il mio cervello cerca di scappare. Si illude, pensando alle belle cose che amava ponderare.
Rose e princivalli. Cicisbei e aragoste. Che bello correre nudi nel traffico di una domenica di sole, ignari dei vigili e dei bambini. Cameriere, una birra e un paio di mutande, por favor!
Ammiriamo la lezione del sabato. La campanella è più sexy di una Ferrari in autostrada.
Cianciamo come passeri nella nebbia della valle, ricorrendo delfini di Nutella e creme di pavoni. Eh eh eh oh oh oh!
Rimbalzo palleggiandomi di fiore in fiore, bombo di pensieri e felicità di spore! Eh eh eh oh oh oh!
Qual desio di Roncisvalle, cavalier delle mie pal...Oh, un Formichiere!
"Non c'è scampo"
La gamba e il dolore tirano una secchiata di acqua fredda al mio impomato cervello.
Riprendo a correre.
"Non c'è scampo"
Quand'ecco una torta al marzapane.
Appoggiata sull'unico balcone intanto del pianta probabilmente. Salamecchi e salamandre.
Mi avvicino con fare sospettoso, pangolino in cerca di cibo.
Non comprendo.
Non colgo.
"Io mi chiedo, cosa, e dico, cosa ci faccia una torta al marzapane su di un davanzale non devastato dall'iniquità latente della fine della Terra. E' oltremodo strano."
Dall'interno dell'abitazione sento un ciabattare nervoso, concitato, come un pacchetto di sigarette.
Terrorizzato, decido di rimanere fermo. Meglio morire per mano di una casalinga infuriata, con la pancia piena di marzapane, che per qualche peto metallico di una catena apocalittica.
Mangio un bel pezzo di torta.
Morbida, delicata come un bacio sul collo. Piena e soffice. "Manca di budino e vaniglia, poffarre, ma che importa! Una delizia!"
Una faccia sbuca dalla finestra, ma non arrabbiata, anzi: bonaria, paciosa e lunga.
<<Finalmente ti sei deciso a mangiare quella torta!>> mi fa soddisfatto, con voce trillante, il Formichiere.
<<Avanti, seguimi. Andiamocene da tutta questa decadente Convenzione.>>
Mi trovo al pub, una serata goliarda e piena di risate, risate da birra, risate da compagnia. Una di quelle serate che ti fanno dormire con il sorriso sulle labbra, stanco nel corpo, riposato nella mente.
Qualcuno butta lì una parola, sola e nuda: Apocalisse!
Mente mia, fatti capanna. (Grazie Davide)
Piovoli di marzapane cadono rimbombando da un cielo di fiamme e pan di stelle, ridendo con la ghigna di chi sa quel che sarà.
Corro tra macerie e briciole, tra schegge trucioli di civiltà; mi accorgo della solitudine della massa, insensibilizzando la mia capacità di coesione inconscia.
"Lasciatemi stare, marmocchi mentali! Lasciatemi correre, convenzioni sociali! Il mio lamento si erge, ché nel correre per la fine, solo voglio rimanere, coi miei pensieri e una fetta di pane imburrato. L'ultima e dunque la più piacevole (forse?)."
Aggiro il mio sguardo affamato, il grembiule sporco delle briciole della vita che mi appassisce intorno.
"Santi numi, creme di inferni primordiali!"
I quattro motociclisti dell'Apocalisse rombano insozzando l'aria di catene e luride parole.
La loro prole sono i sassi, che per anni hanno osservato impietosi la razza umana, pur consci della sua fine.
"Non c'è scampo"
Il pensiero mi martella come un picchio, sulla gamba destra, dove la sciatica mi ha dato la facoltà di prevedere i cambiamenti climatici.
"Non c'è scampo"
Il mio cervello cerca di scappare. Si illude, pensando alle belle cose che amava ponderare.
Rose e princivalli. Cicisbei e aragoste. Che bello correre nudi nel traffico di una domenica di sole, ignari dei vigili e dei bambini. Cameriere, una birra e un paio di mutande, por favor!
Ammiriamo la lezione del sabato. La campanella è più sexy di una Ferrari in autostrada.
Cianciamo come passeri nella nebbia della valle, ricorrendo delfini di Nutella e creme di pavoni. Eh eh eh oh oh oh!
Rimbalzo palleggiandomi di fiore in fiore, bombo di pensieri e felicità di spore! Eh eh eh oh oh oh!
Qual desio di Roncisvalle, cavalier delle mie pal...Oh, un Formichiere!
"Non c'è scampo"
La gamba e il dolore tirano una secchiata di acqua fredda al mio impomato cervello.
Riprendo a correre.
"Non c'è scampo"
Quand'ecco una torta al marzapane.
Appoggiata sull'unico balcone intanto del pianta probabilmente. Salamecchi e salamandre.
Mi avvicino con fare sospettoso, pangolino in cerca di cibo.
Non comprendo.
Non colgo.
"Io mi chiedo, cosa, e dico, cosa ci faccia una torta al marzapane su di un davanzale non devastato dall'iniquità latente della fine della Terra. E' oltremodo strano."
Dall'interno dell'abitazione sento un ciabattare nervoso, concitato, come un pacchetto di sigarette.
Terrorizzato, decido di rimanere fermo. Meglio morire per mano di una casalinga infuriata, con la pancia piena di marzapane, che per qualche peto metallico di una catena apocalittica.
Mangio un bel pezzo di torta.
Morbida, delicata come un bacio sul collo. Piena e soffice. "Manca di budino e vaniglia, poffarre, ma che importa! Una delizia!"
Una faccia sbuca dalla finestra, ma non arrabbiata, anzi: bonaria, paciosa e lunga.
<<Finalmente ti sei deciso a mangiare quella torta!>> mi fa soddisfatto, con voce trillante, il Formichiere.
<<Avanti, seguimi. Andiamocene da tutta questa decadente Convenzione.>>
martedì 15 gennaio 2013
A Ruota Libera
Secoli che l'ispirazione mancava dal bussare alla mia porta, sempre aperta, ma di fatto sbarrata dalle perline fastidiose dello studio.
Da piccolo ho sempre odiato le fornaie perline, degne di un supermercato infimo, di quello dove gli scarafaggi fanno la spesa con le foglie di insalata che rimangono cadute a terra.
Non per giustizia, e nemmeno per pudore: ma quelle perline, per tutte le balene e i capodogli (e per chi coglie, anche per tutti i vasi di fiori), non le ho mai potute soffrire.
Stasera si va a ruota libera: la mia testa, oppressa come opossum nel sussurrare (troppe esse) della silenziosa selva saltuaria, aveva bisogno di andare in bagno, ed eccoci qua.
Come nell'intimità delle piastrelle del bagno, lascio fluire i miei pensieri, costipati e annaspanti.
"La scimmia del capo, stanca, piegò la testa di lato, arrancando tra sonno e realtà.
Capitano, le scialuppe mollano gli ormeggi. Poi mi spiegherà che diavolo è un ormeggio."
"Dovremmo stare più spesso con i nostri pensieri.
E ciò, se avete capito qualcosa di tutto quello che ho scritto, non vuol dire pensare di più."
Caspio, questa è una frasona da citare nei secoli dei secoli. Se il tucano che usassi come scriba non stesse dormendo sul trespolo di colorate fantasie che gli ho regalato per la sua nascita, avrei potuto appuntarla, per i posteri, o i quadri del futuro.
Effettivamente la parola "posteri" nel mio immaginario grezzo e fanciullesco è sempre stato associato all'idea di "quadro".
Del resto, di posteri attaccati al muro ne ho visti parecchi.
Il Lettore non veda male questa mia affermazione: non ho fatto una bertuccia ( = becera battuta), ma semplicemente sono convinto di aver visto molti posteri attaccati ad un muro.
"Il tentacolo del Capitano si appoggiò sulla pelosa superficie. Sia mai che a un tentacolo sia negato il piacere di accarezzare un peluche."
Questa sinceramente devi essermi uscita da qualche tentativo di connessione mal riuscito. Oppure, invero, è uno dei momenti più alti della mia letteratura.
Fottuto Folk Metal. Sento l'ispirazione pelosa di Odino, nerboruto Dio che riconosco in ogni macellaio insensibile, o in ogni grande bevitore che si degna di scolarsi lattine di birre da discount.
I Vichinghi avevano i discount? Perché QUELLI dovevano essere grezzi davvero.
"The Musical Box - Genesis"
Cori angelici dolcemente, mielano le loro arpe, battendo i tondi piedi in un suono morbido come la schiuma di una birra.
La domanda viaggia sui cieli, prendendo un taxi che non conosce tassametro.
"Play me my song..."
Sono tornato al mio amato Progressive Rock. Il Mostro di Spaghetti Volante salvi i Genesis, i Gentle Giant e la birra.
Non so se ho finito davvero quello che volevo dire, e mi sto trascinando come un polpo in cerca di un peluche, o se semplicemente l'ispirazione è in fase calante.
Ad ogni modo, meglio chiudere.
Mi sei mancato, caro Assurdo.
La mia porta è sempre aperta, se non ti danno fastidio le perline.
Da piccolo ho sempre odiato le fornaie perline, degne di un supermercato infimo, di quello dove gli scarafaggi fanno la spesa con le foglie di insalata che rimangono cadute a terra.
Non per giustizia, e nemmeno per pudore: ma quelle perline, per tutte le balene e i capodogli (e per chi coglie, anche per tutti i vasi di fiori), non le ho mai potute soffrire.
Stasera si va a ruota libera: la mia testa, oppressa come opossum nel sussurrare (troppe esse) della silenziosa selva saltuaria, aveva bisogno di andare in bagno, ed eccoci qua.
Come nell'intimità delle piastrelle del bagno, lascio fluire i miei pensieri, costipati e annaspanti.
"La scimmia del capo, stanca, piegò la testa di lato, arrancando tra sonno e realtà.
Capitano, le scialuppe mollano gli ormeggi. Poi mi spiegherà che diavolo è un ormeggio."
"Dovremmo stare più spesso con i nostri pensieri.
E ciò, se avete capito qualcosa di tutto quello che ho scritto, non vuol dire pensare di più."
Caspio, questa è una frasona da citare nei secoli dei secoli. Se il tucano che usassi come scriba non stesse dormendo sul trespolo di colorate fantasie che gli ho regalato per la sua nascita, avrei potuto appuntarla, per i posteri, o i quadri del futuro.
Effettivamente la parola "posteri" nel mio immaginario grezzo e fanciullesco è sempre stato associato all'idea di "quadro".
Del resto, di posteri attaccati al muro ne ho visti parecchi.
Il Lettore non veda male questa mia affermazione: non ho fatto una bertuccia ( = becera battuta), ma semplicemente sono convinto di aver visto molti posteri attaccati ad un muro.
"Il tentacolo del Capitano si appoggiò sulla pelosa superficie. Sia mai che a un tentacolo sia negato il piacere di accarezzare un peluche."
Questa sinceramente devi essermi uscita da qualche tentativo di connessione mal riuscito. Oppure, invero, è uno dei momenti più alti della mia letteratura.
Fottuto Folk Metal. Sento l'ispirazione pelosa di Odino, nerboruto Dio che riconosco in ogni macellaio insensibile, o in ogni grande bevitore che si degna di scolarsi lattine di birre da discount.
I Vichinghi avevano i discount? Perché QUELLI dovevano essere grezzi davvero.
"The Musical Box - Genesis"
Cori angelici dolcemente, mielano le loro arpe, battendo i tondi piedi in un suono morbido come la schiuma di una birra.
La domanda viaggia sui cieli, prendendo un taxi che non conosce tassametro.
"Play me my song..."
Sono tornato al mio amato Progressive Rock. Il Mostro di Spaghetti Volante salvi i Genesis, i Gentle Giant e la birra.
Non so se ho finito davvero quello che volevo dire, e mi sto trascinando come un polpo in cerca di un peluche, o se semplicemente l'ispirazione è in fase calante.
Ad ogni modo, meglio chiudere.
Mi sei mancato, caro Assurdo.
La mia porta è sempre aperta, se non ti danno fastidio le perline.
lunedì 24 dicembre 2012
Strenne e balocchi
Partiamo con le dediche: questa poesia è per Il gxxxxx bluff, che mi ha illuminato il Natale.
Sapere che altre persone amano questo tipo di Letteratura e disdegnano con i baffi rivolti verso l'alto la subdola aragosta della Convenzione, in giacca e cravatta, sempre pronta ad irretirti nelle sue regole, simulazioni di perfezione e sicurezza.
Un altro autore in trincea con noi, a condividere cannonate e rospi, in attesa che le mura del Rigore Formale si sgretolino come biscotti sotto i denti delle renne di Babbo Natale.
Grazie, e che i tuoi balocchi siano sempre di legno ed espressivi.
Strenna: renna di Babbo Natale, agghindata di mandorle, ghirlande e arlecchine luci lampeggianti.
Questo perché da bambino in nessun libro mi veniva spiegato il significato della parola strenna: una grave lacuna che ancora oggi stento a recuperare.
Un trauma natalizio.
Balocchi: regali (di legno, preferibilmente), che se messi in un sacco di iuta schioccano tra loro, sballonzolati dal vento, producendo rumori piacevoli all'udito di uomini, renne, strenne e cani pelosi e grandi. È la parola natalizia per eccellenza, secondo la volontà del Formichiere.
Queste sono le due definizioni (soggettive: se ne avete altre, vostre, ben condizionate e apparentemente non infestate dagli acari del Natale, usatele) per poter comprendere gli auguri che io, Direttore della Redazione delle Belle Opere Pelose e della Redazione di "Absurd is the Way!" in quanto unico partecipante in entrambe le comunità, rivolgo a voi, cari lettori, e a voi, cari collaboratori (Il gxxxxx bluff e L'Assurdo).
Buon Natale, felice anno nuovo, buone bestie, e che il Formichiere tenga in serbo la vostra strada migliore per il momento più buio.
STRENNE E BALOCCHI
Annaspando tra rosse carte
di granchi e calamari,
tonni e rinoceronti,
assaporo inevitabilmente
spiriti gioiosi.
Innalzando lo sguardo
verso catene di prosciutti,
proteste di manifesti.
Libriamoci tutti al di sopra
delle trombe;
le scale non sono più
per noi.
Allunghiamo il collo,
come dinosauri,
verso il peloso domani.
Stringete la mano
al levriero;
non fatevi intimorire dall'antilope.
Le aragoste sono il male,
ma non le torpedini.
Strenne e balocchi,
frigoriferi nei piatti.
Sapere che altre persone amano questo tipo di Letteratura e disdegnano con i baffi rivolti verso l'alto la subdola aragosta della Convenzione, in giacca e cravatta, sempre pronta ad irretirti nelle sue regole, simulazioni di perfezione e sicurezza.
Un altro autore in trincea con noi, a condividere cannonate e rospi, in attesa che le mura del Rigore Formale si sgretolino come biscotti sotto i denti delle renne di Babbo Natale.
Grazie, e che i tuoi balocchi siano sempre di legno ed espressivi.
Strenna: renna di Babbo Natale, agghindata di mandorle, ghirlande e arlecchine luci lampeggianti.
Questo perché da bambino in nessun libro mi veniva spiegato il significato della parola strenna: una grave lacuna che ancora oggi stento a recuperare.
Un trauma natalizio.
Balocchi: regali (di legno, preferibilmente), che se messi in un sacco di iuta schioccano tra loro, sballonzolati dal vento, producendo rumori piacevoli all'udito di uomini, renne, strenne e cani pelosi e grandi. È la parola natalizia per eccellenza, secondo la volontà del Formichiere.
Queste sono le due definizioni (soggettive: se ne avete altre, vostre, ben condizionate e apparentemente non infestate dagli acari del Natale, usatele) per poter comprendere gli auguri che io, Direttore della Redazione delle Belle Opere Pelose e della Redazione di "Absurd is the Way!" in quanto unico partecipante in entrambe le comunità, rivolgo a voi, cari lettori, e a voi, cari collaboratori (Il gxxxxx bluff e L'Assurdo).
Buon Natale, felice anno nuovo, buone bestie, e che il Formichiere tenga in serbo la vostra strada migliore per il momento più buio.
Annaspando tra rosse carte
di granchi e calamari,
tonni e rinoceronti,
assaporo inevitabilmente
spiriti gioiosi.
Innalzando lo sguardo
verso catene di prosciutti,
proteste di manifesti.
Libriamoci tutti al di sopra
delle trombe;
le scale non sono più
per noi.
Allunghiamo il collo,
come dinosauri,
verso il peloso domani.
Stringete la mano
al levriero;
non fatevi intimorire dall'antilope.
Le aragoste sono il male,
ma non le torpedini.
Strenne e balocchi,
frigoriferi nei piatti.
mercoledì 19 dicembre 2012
Giri in libreria e incontri con la signora Presunzione
Scioccato dalla marea di insulsi, abitudinari sproloqui di vaneggi impalpabili.
"Buonasera signora Cultura. Mi conceda di stuprarLa, così, per folle divertimento".
Ribrezzo, copioso e immanente, permea le vene di chi osserva; o meglio, di chi legge.
Quanto poco nel molto!
Vanesi giri di parole per riempire le pagine.
Vergogna, a te e alla tua stirpe.
Mia consuetudine è recarmi alla libreria.
Con passo baldanzoso assaporo l'odore della carta, per me consolazione tangibile in un'era digitale a cui comunque appartengo fieramente.
Volteggio come un colibrì tra le scansie, adocchiando, brillando, spegnendomi, rinvigorendomi e sfarfallando a vuoto, solo per il gusto di sfiorare copertine cartonate o economiche, dipinte accuratamente o minimaliste.
Il fiero leone si aggira per la savana, alla ricerca della gazzella più succulenta, quella che gli arrecherà maggior piacere, e per più tempo.
Armadillando ignaro mi avvicino alla corsia del Fantasy, e della Fantascienza, miei prediletti territori di caccia.
La nausea è una delle sensazioni peggiori, se abbinata al provar ripugno per qualcosa.
E' come se centinaia di umidi vermi, mollicosi e sporchi di fango, danzassero un ballo distorto sulla vostra lingua.
Libri INUTILI.
SCIOCCHI, RIPETITIVI, NOIOSI, INOPPORTUNI.
DISGUSTOSI, VENDUTI, SCHIERATI E IMPERTINENTI.
Ti mostrano spudorati la loro assoluta mancanza di necessità, sbattendotela in faccia e spalmandola con vigore fino ai capelli.
Mi sento offeso da tanto ciarpame, da tanto esercizio dell'inettitudine di qualcuno che vede nello scrivere. E che puntualmente viene pubblicato.
Come dissi a suo tempo, mai mi sono arrogato il diritto di essere pubblicato, ma sono dell'idea che tale onorificenza vada concessa a chi sia in grado di maneggiare una penna con DOVUTA E RICHIESTA disinvoltura.
"Ciao, caro il mio Formichiere. Passavo di qua e vedendoti in tale stato indignato per i prossimi minuti tenterò di tentarti."
La signora Presunzione.
Liscia e languida nel suo mantello di sete pregiate (una formula, sete pregiate, che mi ha sempre fatto pensare all'India, ai puntini sulla fronte e al riso pilaf).
"Ma guarda che porcherie vengono pubblicate al giorno d'oggi. Pensa che a te manco ti considerano. Disdicevole."
Poffarda mentre guarda i libri, sollevandoli, soppesandoli come pezzi di carne (poffardare: osservare qualcosa sbuffando vistosamente).
"Che vergogna."
So sempre dove vuole andare a parare. Ed eccola che parte.
"E pensare..."
Lo sapevo.
"... che tu..."
Arriviamo al punto, vegliarda.
"... hai inventato un genere letterario. E nessuno TI-SI-SCORREGGIA."
Affondo al cuore, classico, pulito, senza sbavature, come l'armatura di un pangolino.
Ora, io non ho la più pallida idea se questa mia convinzione di aver inventato DAVVERO un nuovo genere letterario sia giustificata; so per certo però, che ogni volta che la signora Presunzione interviene, salta fuori la questione.
Non so perché, ma a una parte della mia mente piace pensare di essere un innovatore letterario.
Ad ogni modo, credo fermamente nel Formichiere, e nell'Ispirazione pelosa che concede a pochi procioni (tra cui i ragazzi de L'Assurdo).
E credo fermamente in quello che scrivo, nei miei pochi ma buoni fan.
E se per caso sarò davvero il pioniere di una nuova letteratura, i pochi ma buoni pronunceranno il mio glabro nome, e potranno vantare l'avermi seguito dagli albori.
Vi voglio bene, miei cari lettori, miei ricci, alberi e zuccheri; mie peonie, violaciocche; miei ragnetti, miei zaini e miei muri portanti.
Vi voglio bene, miei equini colleghi, compagni di ciurma in un piatto mare di bonaccia letteraria, alla ricerca mai conclusa di un'Assurda ElDorado.
Il piacere dello scrivere, oltre che dall'atto in sé, deriva dalla consapevolezza della Vostra approvazione.
Grazie.
La questione preferisco chiuderla, stendendo un velo impietoso sulle lotte che inficiano gli angoli più egoisti della mia mente; ma posso, e a ragione, insistere sulla pochezza (che parola signori, che parola!) della maggior parte di ciò che vedo nel reparto novità.
E il primo stronzo che mi dice che però "Lo Hobbit" è bello anche se nuovo, lo prendo a calci in culo fino al 1937.
"Buonasera signora Cultura. Mi conceda di stuprarLa, così, per folle divertimento".
Ribrezzo, copioso e immanente, permea le vene di chi osserva; o meglio, di chi legge.
Quanto poco nel molto!
Vanesi giri di parole per riempire le pagine.
Vergogna, a te e alla tua stirpe.
Mia consuetudine è recarmi alla libreria.
Con passo baldanzoso assaporo l'odore della carta, per me consolazione tangibile in un'era digitale a cui comunque appartengo fieramente.
Volteggio come un colibrì tra le scansie, adocchiando, brillando, spegnendomi, rinvigorendomi e sfarfallando a vuoto, solo per il gusto di sfiorare copertine cartonate o economiche, dipinte accuratamente o minimaliste.
Il fiero leone si aggira per la savana, alla ricerca della gazzella più succulenta, quella che gli arrecherà maggior piacere, e per più tempo.
Armadillando ignaro mi avvicino alla corsia del Fantasy, e della Fantascienza, miei prediletti territori di caccia.
La nausea è una delle sensazioni peggiori, se abbinata al provar ripugno per qualcosa.
E' come se centinaia di umidi vermi, mollicosi e sporchi di fango, danzassero un ballo distorto sulla vostra lingua.
Libri INUTILI.
SCIOCCHI, RIPETITIVI, NOIOSI, INOPPORTUNI.
DISGUSTOSI, VENDUTI, SCHIERATI E IMPERTINENTI.
Ti mostrano spudorati la loro assoluta mancanza di necessità, sbattendotela in faccia e spalmandola con vigore fino ai capelli.
Mi sento offeso da tanto ciarpame, da tanto esercizio dell'inettitudine di qualcuno che vede nello scrivere. E che puntualmente viene pubblicato.
Come dissi a suo tempo, mai mi sono arrogato il diritto di essere pubblicato, ma sono dell'idea che tale onorificenza vada concessa a chi sia in grado di maneggiare una penna con DOVUTA E RICHIESTA disinvoltura.
"Ciao, caro il mio Formichiere. Passavo di qua e vedendoti in tale stato indignato per i prossimi minuti tenterò di tentarti."
La signora Presunzione.
Liscia e languida nel suo mantello di sete pregiate (una formula, sete pregiate, che mi ha sempre fatto pensare all'India, ai puntini sulla fronte e al riso pilaf).
"Ma guarda che porcherie vengono pubblicate al giorno d'oggi. Pensa che a te manco ti considerano. Disdicevole."
Poffarda mentre guarda i libri, sollevandoli, soppesandoli come pezzi di carne (poffardare: osservare qualcosa sbuffando vistosamente).
"Che vergogna."
So sempre dove vuole andare a parare. Ed eccola che parte.
"E pensare..."
Lo sapevo.
"... che tu..."
Arriviamo al punto, vegliarda.
"... hai inventato un genere letterario. E nessuno TI-SI-SCORREGGIA."
Affondo al cuore, classico, pulito, senza sbavature, come l'armatura di un pangolino.
Ora, io non ho la più pallida idea se questa mia convinzione di aver inventato DAVVERO un nuovo genere letterario sia giustificata; so per certo però, che ogni volta che la signora Presunzione interviene, salta fuori la questione.
Non so perché, ma a una parte della mia mente piace pensare di essere un innovatore letterario.
Ad ogni modo, credo fermamente nel Formichiere, e nell'Ispirazione pelosa che concede a pochi procioni (tra cui i ragazzi de L'Assurdo).
E credo fermamente in quello che scrivo, nei miei pochi ma buoni fan.
E se per caso sarò davvero il pioniere di una nuova letteratura, i pochi ma buoni pronunceranno il mio glabro nome, e potranno vantare l'avermi seguito dagli albori.
Vi voglio bene, miei cari lettori, miei ricci, alberi e zuccheri; mie peonie, violaciocche; miei ragnetti, miei zaini e miei muri portanti.
Vi voglio bene, miei equini colleghi, compagni di ciurma in un piatto mare di bonaccia letteraria, alla ricerca mai conclusa di un'Assurda ElDorado.
Il piacere dello scrivere, oltre che dall'atto in sé, deriva dalla consapevolezza della Vostra approvazione.
Grazie.
La questione preferisco chiuderla, stendendo un velo impietoso sulle lotte che inficiano gli angoli più egoisti della mia mente; ma posso, e a ragione, insistere sulla pochezza (che parola signori, che parola!) della maggior parte di ciò che vedo nel reparto novità.
E il primo stronzo che mi dice che però "Lo Hobbit" è bello anche se nuovo, lo prendo a calci in culo fino al 1937.
lunedì 17 dicembre 2012
Svolazzo
Era da un po' che non raggiungevo la serenità necessaria per una sana sessione breve di poesia.
Quella poesia che piace a me, fatta di alambicchi, provette, koala e giaguari, che ti avviluppa fumosa lasciandoti un incerto bacio sul gomito.
SVOLAZZO
Svolazzo pigro
sulla città della gogna:
inebrio fiori dal nettare spento,
stanco di cartoni e televisione.
Colore e sambuca, per Dio!
Ravvivate il mio svolazzare.
Crepate i muri della scuola
elementare,
rintronando bambini
di caramelle e lampadari.
Svolazzo dolce,
su pandori e luminarie,
Natale d'oggi.
M'inoltro tra le genti,
Mosè e mosche,
copripiumoni e treni in ritardo.
Canto di Natale
o Natale da cantare?
Svolazzo nella nebbia,
tra pagode, stracchini,
arachidi e balocchi.
Micetti di arbusti
bussano tremebondi
calore spasimato.
Si abbandonano lascivi su cuscini
di leprotti.
Svolazzo sul razzo,
in cerca di circhi,
rimuginando altalene passate,
presenti,
future.
Suicidio di zanzare zuccherate,
apriscatole danzerini
concorrono con soldati di ventura.
Svolazzo tra libri,
polvere e armadilli.
Pelo di Formichiere,
l'Ispirazione suona prog.
Leccatevi le guance,
o mortali,
e innamoratevi di un piatto.
L'albero sorride,
del sorriso dei martelli.
Buon Natale cari lettori! Buon Natale e buone Salamandre a tutti!
Quella poesia che piace a me, fatta di alambicchi, provette, koala e giaguari, che ti avviluppa fumosa lasciandoti un incerto bacio sul gomito.
SVOLAZZO
Svolazzo pigro
sulla città della gogna:
inebrio fiori dal nettare spento,
stanco di cartoni e televisione.
Colore e sambuca, per Dio!
Ravvivate il mio svolazzare.
Crepate i muri della scuola
elementare,
rintronando bambini
di caramelle e lampadari.
Svolazzo dolce,
su pandori e luminarie,
Natale d'oggi.
M'inoltro tra le genti,
Mosè e mosche,
copripiumoni e treni in ritardo.
Canto di Natale
o Natale da cantare?
Svolazzo nella nebbia,
tra pagode, stracchini,
arachidi e balocchi.
Micetti di arbusti
bussano tremebondi
calore spasimato.
Si abbandonano lascivi su cuscini
di leprotti.
Svolazzo sul razzo,
in cerca di circhi,
rimuginando altalene passate,
presenti,
future.
Suicidio di zanzare zuccherate,
apriscatole danzerini
concorrono con soldati di ventura.
Svolazzo tra libri,
polvere e armadilli.
Pelo di Formichiere,
l'Ispirazione suona prog.
Leccatevi le guance,
o mortali,
e innamoratevi di un piatto.
L'albero sorride,
del sorriso dei martelli.
Buon Natale cari lettori! Buon Natale e buone Salamandre a tutti!
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