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giovedì 16 maggio 2013

Il vento si infrange - Raccolta di sussurri

"DEL MONASTERO O DEL VENTO
Codici di vecchi manoscritti svolazzano come colibrì liberi nell'aria. 
Il monaco del freddo odiava i gamberetti, gli scampi, ma non le aragoste.
Le aragoste sono nobili.
Sottane si scontrano alla ricerca della folle via del dolore, verso penitenze e celle. cantate l'inno del dolore, ripetetelo mentre guardate il cielo.
Il vento si infrange sulle nostre ossa.

DEL SOLE O DEL PIANTO
Pareti di ghiaccio spaccano gli occhi di chi osa.
Piange la giornata, piange il sole, piange la Barriera.

DELL'OCEANO O DELLA FUGA
Credevo di essere al sicuro, ma mi hanno trovato.
Credevo l'Oceano fosse infinito: invece è solo vasto.

DELLA FIERA O DEL FURTO
Cantilene si disperdono nella sera. Saltimbanchi e pizze, rotonde e trampoli; ammantati si avvicinarono a me. Provarono con il portafogli, ma mi rubarono il sonno."

Le dicotomie mi hanno sempre affascinato. Separandoci un attimo da questi frammenti di storie, ben più lunghe e ricche di significato, si può vedere un quadro d'insieme che prevede nel raccontare poco il celare grosse parti di ciò che lo scrittore intende.
Per meglio dire: ognuna di queste lacrime di storia ha dei perché dietro, legati a mie esperienze personali, a miei stati d'animo o a mie sensazioni.

"DEL SUSSURRO O DEL PERCHE'
Non so perché ma trovo estremamente liberatorio scrivere sussurri nella notte.

DELLA PORTA O DELLA FALCE
La scorsa notte bussò ancora quella donna. Era la terza volta quella settimana, e iniziai a piangere. Ero rimasto solo io in casa.

DELL'AMORE O DELLA FINE
So che sei là fuori.
So che sei lì dentro.

DELL'OSPITE O DELL'ORRORE
Rallegratevi in casa mia, l'ospite è sacro. Accidenti, deve essersi bloccata la porta..."

Come vedete queste poche righe hanno una potenza mostruosa.
In quanto amante della letteratura apprezzo la potenza dicotomica di questo genere letterario, al quale non saprei dare un nome.
So che non è abbastanza assurdo, per i puristi della mia letteratura. Ad essi sono dedicati i successivi frammenti.

"DEL PINGUINO O DELLA LAVATRICE
Lavami a secco, sono sterile. Aggrappati con forza e lasciati lavare lo smoking, caro.

DEL MATRIMONIO O DELLA FARSA
Il piatto venne lanciato in cielo, e il matrimonio degli spaventapasseri divenne realtà. Nessuno capì che la farsa era appena cominciata, nemmeno quando il testimone tagliò la torta con una forbice di spuma.

DEL VIAGGIO O DELL'ESPLORARE
Santiago è un bel posto, una bella persona e un notevole baobab.
Delle tre, sceglierei la quarta via, quella della laguna: Santiago è un ottimo alligatore."

domenica 17 marzo 2013

Lettura da gustare

Il titolo potrebbe sembrare idiota, ma per la mia letteratura si tratta di un passo epocale.
Cercherò di calibrare le parole, riordinando ciò che a flusso esce dalla mia mente.
Sarà la prima volta che rileggerò più di una volta le frasi che voglio pubblicare.

Leggetelo con enfasi, gustandovelo come una torta di crema pasticcera.
L'intento è creare un articolo breve ma estremamente piacevole, popolato da parole che, bilanciate nella loro onomatopeica bellezza, regalino al lettore sensazioni di piacere.
In altre parole: lettura da gustare.
Strusciate la sedia sul pavimento: mente mia, fatti capanna.

Prototipi pimpanti palleggiano su papabili pinoli. Pappardelle e polpette stese su sughi squisiti, odorati da prezzemolo appetitoso ed erbette da lasciare l'acquolina in bocca.
Provole e pepe.
Rollate l'arrosto tra cosce succose e croccanti, dorate, dal profumo prelibato.
Tombini di barattoli, bambagia a profusione. Morbido e delicato, l'abbraccio vellutato della comodità.
Sedete, su, senza indugiare.
La tenera tavola promette scivolose pietanze e collezioni pregiate. Sciacquatevi i palmi, e nettatevi accuratamente con una salvietta asciutta.
Traveggole e frottole rosolate.
Infilate le babbucce e coricatevi tra i cuscini delle sete più scivolose e costose, pregiate propaggini da perle lontane.
Sempre ben pasciuto l'ospite in leggeri pigiami.
Pianole fatate, dai tasti di velluto, suonano ninnananne di smeraldo e rubino.
Buonanotte, bambinaia.

Uno sforzo letterario che non facevo da un po'. Rileggere le cose. Dopo averle scritte. Che fatica. Ora, non so se sia venuto bene, e se sia riuscito a cogliere il segno.
Trattasi di un esperimento, e dunque vi invito (se avete tempo e voglia) di darmi una mano per capire se la strada percorsa è quella lastricata, o se sto camminando in una palude di sabbie mobili.

Morbida strada,
stenditi all'infinito,
avviluppandomi di fatiche,
gioie,
indicazioni.

giovedì 13 settembre 2012

Alucard - Gentle Giant

Oggi faccio uno dei miei tanti esperimenti.
Descriverò una canzone di 6 minuti, scrivendo tutto ciò che mi passa per la mente in tempo reale.
Questo per me è il primo passo della fusione tra diversi ambiti dell'arte: musica e scrittura. Spero il primo passo verso qualcosa di più grande, di più bello, di più Assurdo.
Io credo in un'arte che deve ancora essere inventata: l'Assurda Arte della Sintesi, che racchiuda il Tutto in sé.

La canzone è "Alucard" del gruppo Progressive Rock "Gentle Giant", facilmente reperibile su Youtube.
Buona lettura, anzi, buon ascolto!

ALUCARD

Luci del Circo, avvitatemi intorni al fanciullo giocoso! Colore di zucchero filato sulle sue gote, mentre il tendone si staglia nella notte.
Luci di festa, berillio e alogene; amare lo spettacolo, le giravolte, virtuose figlie dell'arte. Annunciatori dai corti sigari saltellano nell'oscurità.

Fine dello spettacolo.
Parco nero, vuoto, corvi che becchettano quattro popcorn lasciati per terra.
Ombre che ammaliano le mura più cupe e la giravolta, adesso, nera si stende nell'inconscio terrorizzato.

Il giorno dopo, immemore della notte si diletta ancora delle capriole, il gesto buffo, la mandria del pubblico.

La calma per il grande numero, sussulto di masse: paura che non ce la faccia. Tamburi del rullio, preparazione e salto. Fiato corto e sospeso due piroette,, qualcuno afferra il danzatore. Il numero si avvita.

Fine dello spettacolo, il terrore torna al viaggiare tra le tende più nere. Un ratto sbocconcella i resti di una caramella, attendendo il nuovo giorno.
La pancia duole, crampi della notte! Allontanatevi dal parco, pagliacci sbandati che fumano erba nera.
Pagliacci sbandati che si allenano blandamente, cadendo per terra, puzza di gin e vomito.
La seconda faccia dello spettacolo.
Nascosta.

Squillar di trombe e di nuovo in pista: spazio al colore, al bello e all'effimero.
Ma dietro al muro, corvi e ratti aspettano il banchetto notturno, voraci e smagriti.
Sipario.


Questa canzone ha terribilmente risvegliato la mia paura per il Circo. Forse solo io lo trovo triste e deprimente, ma dietro alla faccia truccata del clown c'è spesso una storia di schiavitù accettata, di uno stancante girovagare, che non porta a nulla.
Il Circo per me è triste, e dietro alla sua maschera di zucchero filato e colore, il terrore più nero mi sfida, con la puzza di popcorn e di vestiti sdruciti.