- La conversazione verrà registrata. La prego di considerare questa notevole, per quanto breve e taciturna, informazione. È consapevole di questo? -
- Me lo farò andare bene. Può chiudere quel piatto, prima di cominciare? È da stamattina che fischia, non lo posso tollerare oltre. -
- Comincia già con le richieste? Male, molto male. Ma la accontenterò. Sa perché? Solamente perché mia mamma non poteva tollerare il tarassaco. Comunque, cominciamo: nome e cognome, per favore. -
- Mezzo Agosto, per gli amici Ferr... -
- Lasci perdere le cose da linguaggio della strada. Si attenga ai fatti, e prometto che la faremo veloce. Potrà tornare ad accarezzare la sua acqua in un men che non si dica. Nato a? -
- Beh, è complicato. -
- Si spieghi, per favore. -
- Ha presente dove i coccodrilli imparano a suonare lo xilofono? Dove gli ippocastani indossano berretti fioriti e i pellicani imparano a cucinare il pan di Spagna? -
- D'accordo, segneremo che è nato vicino a Nonpervenuto. Segno matriarcale? Non menta. -
- No, non sono menta. Sono... sono sciroppo di aceto. -
- Accidenti, è un miracolo che abbia raggiunto la sua età. A proposito, data di nascita? -
- Oggi è il 16? Circa trenta ore fa, minuto più, minuto meno. Vuole vedere i documenti? -
- No, fa lo stesso per il momento. Sa perché l'abbiamo fermata vero? -
- La mia è una supposizione più che altro. Credo ci sia stato un eccesso di temperatura. -
- No, per quella l'avremmo lasciata andare. Semmai, direi il contrario. Lei andava troppo fresco. E questo implica severe sanzioni... -
- Maledetti i vizi di famiglia. -
- Come, scusi? -
- Lei dovrebbe saperlo meglio di me. Tutti in famiglia abbiamo ricevuto una multa dall'Annuale. Deve essere qualcosa nello sciroppo, oppure nell'aceto. Ma me lo lasci dire: questa faccenda mi secca parecchio. Voi dell'Annuale siete estremamente solerti, ma la legislazione è estremamente fallata. Ambigua. Torbida. Non sappiamo mai con che temperatura muoverci, cosa possiamo raggiungere e il numero di tavoli per la grigliata. C'è sempre troppa gente, oppure troppa poca. -
- Senta... -
- Perdoni lo sfogo, non volevo essere indisponente. -
- Si figuri, ne ho viste di peggiori, di reazioni. -
- Mi dica in cosa consiste la contravvenzione. Pagherò, nel limite delle mie possibilità. -
- Come ho detto, la sanzione è severa. Lei è condannato a tornare l'anno prossimo, nel luogo e nel momento in cui l'abbiamo fermata ieri. Ha capito? -
- Accidenti, ci andate pesanti. Anche se... non so perché, ma in fondo... me lo aspettavo. -
La letteratura dell'Assurdo come mezzo di liberazione poetica, assenza di vincoli tra foglio di carta e poeta. La letteratura dell'Assurdo intende tre strade principali: descrizione della Convenzione tramite l'Assurdo, la descrizione dell'Assurdo tramite la convenzione, oppure le descrizione dell'Assurdo tramite l'Assurdo stesso.
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domenica 16 agosto 2015
sabato 31 maggio 2014
Sprazzi di studio
Il tempo della danza incontra le stelle.
Pan pepato di galassie, tribuni della plebe dell'Universo che si scambiano parole come aragoste sul filo del rasoio.
Vino. Tanto vino.
Bianco, stagno e rosato; assaggi di primavera, verso il caldo; annaffiate la bontà, e venghino signori, che nella botte buona c'è il vino piccolo.
Saltimbanco, ripetilo! Annuncia al mondo il movimento delle tue gambe! Compi scelte azzardate, giullare del moto celeste, ma accidenti, che moto!
Siamo giganti? O quella era una formica?
Odio la domenica, soprattutto quando cade di sabato.
Alla Banca del Torrone c'era un gran trambusto: i coccodrilli scioperavano languidi, vendendo i gelati della concorrenza alle scimmie della birreria.
"Siamo operai, con una certa dose, non eccessiva, di dignità"
Il coro grida al fantoccio, direttore delle stalle di formaggio.
"Siamo lavoratori, non potete pagarci con il vile denaro. Vogliamo zucchero, e mascarpone."
Dal fondo dell'aula, la voce fuori dal coro: "voglio dire voglio quanto voglio. Voglio avere il trattamento che si riserva ai gamberi: mai guardare avanti, trascinati dal fiume."
I cori si moltiplicano, ognuno a cantar la sua Gioconda:
"Colori per tutti, e di tutti i colori. Mai senza il vocabolario, nemmeno per andare al mare!"
"Non voglio invecchiare in questa fabbrica, e nemmeno in questa vita! Voglio vivere per sempre giorni di latte e opossum!"
"Ascoltate me: io sono la verità, anche se qualche volta mento sull'età"
"Caliamoci nel personaggio, signori: siamo bambole, orsù!"
Un bambino scoppia un palloncino, e tutti si spaventano.
О μύθος δελοι οτι: desidera la Luna, ma stai sempre attento ai tombini.
Beethoven osserva il cavalli che galoppano, nel mare della glassa ai peperoni. "Muovete le zampe meglio, stupide bestie, siete fuori ritmo!"
La spiaggia inizia ad animarsi. I coralli ballano in fila indiana, ammazzando il tempo, e qualche cocktail.
Anziane balene scodinzolano all'aria della Luna, mentre i granchi servono pinguini e radiatori ad una folla di trichechi paciosi.
"Una stella cadente!"
Un nuovo mondo finisce.
Pan pepato di galassie, tribuni della plebe dell'Universo che si scambiano parole come aragoste sul filo del rasoio.
Vino. Tanto vino.
Bianco, stagno e rosato; assaggi di primavera, verso il caldo; annaffiate la bontà, e venghino signori, che nella botte buona c'è il vino piccolo.
Saltimbanco, ripetilo! Annuncia al mondo il movimento delle tue gambe! Compi scelte azzardate, giullare del moto celeste, ma accidenti, che moto!
Siamo giganti? O quella era una formica?
Odio la domenica, soprattutto quando cade di sabato.
Alla Banca del Torrone c'era un gran trambusto: i coccodrilli scioperavano languidi, vendendo i gelati della concorrenza alle scimmie della birreria.
"Siamo operai, con una certa dose, non eccessiva, di dignità"
Il coro grida al fantoccio, direttore delle stalle di formaggio.
"Siamo lavoratori, non potete pagarci con il vile denaro. Vogliamo zucchero, e mascarpone."
Dal fondo dell'aula, la voce fuori dal coro: "voglio dire voglio quanto voglio. Voglio avere il trattamento che si riserva ai gamberi: mai guardare avanti, trascinati dal fiume."
I cori si moltiplicano, ognuno a cantar la sua Gioconda:
"Colori per tutti, e di tutti i colori. Mai senza il vocabolario, nemmeno per andare al mare!"
"Non voglio invecchiare in questa fabbrica, e nemmeno in questa vita! Voglio vivere per sempre giorni di latte e opossum!"
"Ascoltate me: io sono la verità, anche se qualche volta mento sull'età"
"Caliamoci nel personaggio, signori: siamo bambole, orsù!"
Un bambino scoppia un palloncino, e tutti si spaventano.
О μύθος δελοι οτι: desidera la Luna, ma stai sempre attento ai tombini.
Beethoven osserva il cavalli che galoppano, nel mare della glassa ai peperoni. "Muovete le zampe meglio, stupide bestie, siete fuori ritmo!"
La spiaggia inizia ad animarsi. I coralli ballano in fila indiana, ammazzando il tempo, e qualche cocktail.
Anziane balene scodinzolano all'aria della Luna, mentre i granchi servono pinguini e radiatori ad una folla di trichechi paciosi.
"Una stella cadente!"
Un nuovo mondo finisce.
martedì 4 febbraio 2014
Quella sensazione
Non so se la sentite anche voi, quella sensazione.
Quella sensazione prende spesso chi scrive, ha scritto o deve ancora scrivere. O meglio, chiunque sia legato al concetto del Creare, nel senso biblico del termine.
Quella sensazione è per gli artisti, per chi ha la bestia che dentro rugge, alla ricerca della chiave della gabbia.
Quella sensazione mi prende sempre, ogni giorno, ogni ora.
Quella sensazione.
"Mi piacerebbe scrivere di... ?"
E giù con sbrodolate cangianti di immagini, che si levano nella mia povera mente. Uscite. Volate! Volate mie care. E che la mia notte sia libera, anche solo per due ore.
LA PIANURA
Sterminate le ali dell'esercito del Destino. Si marcia da anni, alla ricerca della dimensione finale.
Fame, freddo e bolge di rutilanti bestie, accozzaglie di insetti e sparuti elefanti.
Gli eserciti nemici ci punzecchiano da secoli, mentre marciamo nella Pianura.
"Io conosco dove dormono le stelle. Io conosco la nascita delle nuvole e la bellezza degli Dei. Seguitemi. Le vostre lacrime sono solo numeri davanti al Risultato!"
La Guida urla alle nostre colonne, ci sprona, immortale araldo della vita che fu.
"Guariamo la nostra anima, respiriamo il tempo. Io conosco dove dormono le stelle!"
Lo seguiamo.
Secoli.
Anitre di secoli, scaglie di millenni.
La sogno tutte le notti, la nostra Meta.
Gli oceani di latte cascano nell'Universo. La Guida ci culla con le sue ultime parole, la fine del suo compito coincide con la sua.
Le stelle tutte le sere ci baciano, prima di dormire, mentre i colibrì disegnano libellule nell'aria e si nutrono di sabbia. Dolce nettare scorre dalle colline, e ci dissetiamo in fiumi frizzanti.
La nostra stirpe, un tempo maledetta, è ora rigogliosa, tra vino di more e aspri gelsi. Cavalli dondolano le criniere, assaporando il gusto della corsa e dell'erba appena tagliata.
"Io conosco dove dormono le stelle!"
Ogni sveglia è un pianto.
Racconto abbastanza angosciante, lo ammetto.
Per la cronaca nasce dall'ascolto insensato e ripetuto della canzone "Noldor", dei Blind Guardian. Lo spirito di fondo è l'affascinante sfondo del Silmarilion, libro ricco di drammaticità ed epicità, l'apologia del clichè del "popolo in cammino".
Amo Tolkien, e amo l'atmosfera del Silmarillion. E quella sensazione mi punzecchiava da mesi.
"Ma non ti piacerebbe scrivere del Silmarilion?"
Quella sensazione prende spesso chi scrive, ha scritto o deve ancora scrivere. O meglio, chiunque sia legato al concetto del Creare, nel senso biblico del termine.
Quella sensazione è per gli artisti, per chi ha la bestia che dentro rugge, alla ricerca della chiave della gabbia.
Quella sensazione mi prende sempre, ogni giorno, ogni ora.
Quella sensazione.
"Mi piacerebbe scrivere di... ?"
E giù con sbrodolate cangianti di immagini, che si levano nella mia povera mente. Uscite. Volate! Volate mie care. E che la mia notte sia libera, anche solo per due ore.
LA PIANURA
Sterminate le ali dell'esercito del Destino. Si marcia da anni, alla ricerca della dimensione finale.
Fame, freddo e bolge di rutilanti bestie, accozzaglie di insetti e sparuti elefanti.
Gli eserciti nemici ci punzecchiano da secoli, mentre marciamo nella Pianura.
"Io conosco dove dormono le stelle. Io conosco la nascita delle nuvole e la bellezza degli Dei. Seguitemi. Le vostre lacrime sono solo numeri davanti al Risultato!"
La Guida urla alle nostre colonne, ci sprona, immortale araldo della vita che fu.
"Guariamo la nostra anima, respiriamo il tempo. Io conosco dove dormono le stelle!"
Lo seguiamo.
Secoli.
Anitre di secoli, scaglie di millenni.
La sogno tutte le notti, la nostra Meta.
Gli oceani di latte cascano nell'Universo. La Guida ci culla con le sue ultime parole, la fine del suo compito coincide con la sua.
Le stelle tutte le sere ci baciano, prima di dormire, mentre i colibrì disegnano libellule nell'aria e si nutrono di sabbia. Dolce nettare scorre dalle colline, e ci dissetiamo in fiumi frizzanti.
La nostra stirpe, un tempo maledetta, è ora rigogliosa, tra vino di more e aspri gelsi. Cavalli dondolano le criniere, assaporando il gusto della corsa e dell'erba appena tagliata.
"Io conosco dove dormono le stelle!"
Ogni sveglia è un pianto.
Racconto abbastanza angosciante, lo ammetto.
Per la cronaca nasce dall'ascolto insensato e ripetuto della canzone "Noldor", dei Blind Guardian. Lo spirito di fondo è l'affascinante sfondo del Silmarilion, libro ricco di drammaticità ed epicità, l'apologia del clichè del "popolo in cammino".
Amo Tolkien, e amo l'atmosfera del Silmarillion. E quella sensazione mi punzecchiava da mesi.
"Ma non ti piacerebbe scrivere del Silmarilion?"
domenica 7 luglio 2013
Delirio da Febbre II
Come sempre la febbre è croce e delizia per lo scrittore Assurdo: nel sonnoveglia, mi ci butto.
Ascoltare progressive rock mentre si cerca di dormire con trentotto di febbre è forse il miglior esperimento di sempre.
PRIMO MOVIMENTO
Fate marciare l'esercito dell'Assurdo, con i suoi topolini e le sue trombette, mentre si svolge il matrimonio della Chiesa di Rasputin.
Campane sdindongano alla luce di un radioso sole di luglio, squagliaformaggio, mentre gli accoliti innano alle altezze del cielo le bellezze di un domani rosa e ricco di confetti e bignè.
"Vi prego signori, lasciatemi tuffare, in senso biblico"
SECONDO MOVIMENTO
Pomeriggio di campagna in brezze leggere, con donne che salgono scale di panna. Ascensione al cielo e promiscuità: il caldo non guarda in faccia nessuno.
Ascoltate il sussurro della festa nobiliare, mentre panda colorati si condividono tazze di the dai sapori esotici. Un armadillo suona un pianoforte di latte, ricordando noti dolci come la notte più nera.
TERZO MOVIMENTO
La messa finisce nel tripudio di un esercito in marcia, mentre trullanti tamburi scagliano le loro voci di coraggio oltre le mura del nemico.
La città saluta gli eroi, mentre l'ultimo soldato lancia uno sguardo commosso alla sua torre di giada, piangendo lacrime color albicocca.
QUARTO MOVIMENTO
Alieni tra mucche e cavalli in un deserto di polvere e speroni. Farina del demonio, chiamano la sabbia più rossa.
Non importa il sangue di chi l'ha bagnato: sarà sempre asciutta, arida e cammellosa.
C'è tutto ciò di cui un cavaliere solitario, un ranger, ha bisogno.
Galoppa verso quell'enorme biscotto che chiamiamo sole.
QUINTO MOVIMENTO
La vita di città riempie le orecchie di proiettili di acciaio, mentre Ascol lo sperone trotta per la sua via, alla ricerca del criminale dell'ultima ora.
"Dai ragazzi," urla a un branco di procioni intenti a rubare caldaie "tornate a rubare domattina, e lasciatemi bere il mio frappè".
SESTO MOVIMENTO
Cabinato essere, librati in aria verso la pista delle stelle. La tua Principessa è in un altro castello, color pesca, ma smettila di ascoltare ortaggi e balla il ritmo ancestrale delle ruote di carro.
Sorpassa l'infinito, e giù per la discesa.
SETTIMO MOVIMENTO
Il riposo del guerriero, atteso e riverito, mentre coccodrilli piangono i suoi commilitoni morti dalla nostalgia del cappone.
Sento odore di brodo, e di tristezza.
La trilogia della cucina si trasmette nel naso dei passanti, che affacciatisi alla finestra, rubano una fetta di crostata, e via a dar da mangiare ai colibrì.
OTTAVO MOVIMENTO
Il coccodrillo danzerino apre lo sparo dei cannoni. La trincea si mescola al fango, mentre donne selvagge si avventano come pioggia sui soldati sfatti dalle farfalle e dai bruchi.
"La giungla inghiotte anni e anni di sapere, ricordatelo"
Stiamo combattendo contro la Memoria, ed essa per schernire, suona uno xilofono.
"Non guardare il mostro che sono: sono infatti divenuto umano" è l'urlo straziante della giraffa.
NONO MOVIMENTO
La marcia del ritorno in patria è un felice funerale.
Ascoltare progressive rock mentre si cerca di dormire con trentotto di febbre è forse il miglior esperimento di sempre.
PRIMO MOVIMENTO
Fate marciare l'esercito dell'Assurdo, con i suoi topolini e le sue trombette, mentre si svolge il matrimonio della Chiesa di Rasputin.
Campane sdindongano alla luce di un radioso sole di luglio, squagliaformaggio, mentre gli accoliti innano alle altezze del cielo le bellezze di un domani rosa e ricco di confetti e bignè.
"Vi prego signori, lasciatemi tuffare, in senso biblico"
SECONDO MOVIMENTO
Pomeriggio di campagna in brezze leggere, con donne che salgono scale di panna. Ascensione al cielo e promiscuità: il caldo non guarda in faccia nessuno.
Ascoltate il sussurro della festa nobiliare, mentre panda colorati si condividono tazze di the dai sapori esotici. Un armadillo suona un pianoforte di latte, ricordando noti dolci come la notte più nera.
TERZO MOVIMENTO
La messa finisce nel tripudio di un esercito in marcia, mentre trullanti tamburi scagliano le loro voci di coraggio oltre le mura del nemico.
La città saluta gli eroi, mentre l'ultimo soldato lancia uno sguardo commosso alla sua torre di giada, piangendo lacrime color albicocca.
QUARTO MOVIMENTO
Alieni tra mucche e cavalli in un deserto di polvere e speroni. Farina del demonio, chiamano la sabbia più rossa.
Non importa il sangue di chi l'ha bagnato: sarà sempre asciutta, arida e cammellosa.
C'è tutto ciò di cui un cavaliere solitario, un ranger, ha bisogno.
Galoppa verso quell'enorme biscotto che chiamiamo sole.
QUINTO MOVIMENTO
La vita di città riempie le orecchie di proiettili di acciaio, mentre Ascol lo sperone trotta per la sua via, alla ricerca del criminale dell'ultima ora.
"Dai ragazzi," urla a un branco di procioni intenti a rubare caldaie "tornate a rubare domattina, e lasciatemi bere il mio frappè".
SESTO MOVIMENTO
Cabinato essere, librati in aria verso la pista delle stelle. La tua Principessa è in un altro castello, color pesca, ma smettila di ascoltare ortaggi e balla il ritmo ancestrale delle ruote di carro.
Sorpassa l'infinito, e giù per la discesa.
SETTIMO MOVIMENTO
Il riposo del guerriero, atteso e riverito, mentre coccodrilli piangono i suoi commilitoni morti dalla nostalgia del cappone.
Sento odore di brodo, e di tristezza.
La trilogia della cucina si trasmette nel naso dei passanti, che affacciatisi alla finestra, rubano una fetta di crostata, e via a dar da mangiare ai colibrì.
OTTAVO MOVIMENTO
Il coccodrillo danzerino apre lo sparo dei cannoni. La trincea si mescola al fango, mentre donne selvagge si avventano come pioggia sui soldati sfatti dalle farfalle e dai bruchi.
"La giungla inghiotte anni e anni di sapere, ricordatelo"
Stiamo combattendo contro la Memoria, ed essa per schernire, suona uno xilofono.
"Non guardare il mostro che sono: sono infatti divenuto umano" è l'urlo straziante della giraffa.
NONO MOVIMENTO
La marcia del ritorno in patria è un felice funerale.
giovedì 16 maggio 2013
Il vento si infrange - Raccolta di sussurri
"DEL MONASTERO O DEL VENTO
Codici di vecchi manoscritti svolazzano come colibrì liberi nell'aria.
Il monaco del freddo odiava i gamberetti, gli scampi, ma non le aragoste.
Le aragoste sono nobili.
Sottane si scontrano alla ricerca della folle via del dolore, verso penitenze e celle. cantate l'inno del dolore, ripetetelo mentre guardate il cielo.
Il vento si infrange sulle nostre ossa.
DEL SOLE O DEL PIANTO
Pareti di ghiaccio spaccano gli occhi di chi osa.
Piange la giornata, piange il sole, piange la Barriera.
DELL'OCEANO O DELLA FUGA
Credevo di essere al sicuro, ma mi hanno trovato.
Credevo l'Oceano fosse infinito: invece è solo vasto.
DELLA FIERA O DEL FURTO
Cantilene si disperdono nella sera. Saltimbanchi e pizze, rotonde e trampoli; ammantati si avvicinarono a me. Provarono con il portafogli, ma mi rubarono il sonno."
Le dicotomie mi hanno sempre affascinato. Separandoci un attimo da questi frammenti di storie, ben più lunghe e ricche di significato, si può vedere un quadro d'insieme che prevede nel raccontare poco il celare grosse parti di ciò che lo scrittore intende.
Per meglio dire: ognuna di queste lacrime di storia ha dei perché dietro, legati a mie esperienze personali, a miei stati d'animo o a mie sensazioni.
"DEL SUSSURRO O DEL PERCHE'
Non so perché ma trovo estremamente liberatorio scrivere sussurri nella notte.
DELLA PORTA O DELLA FALCE
La scorsa notte bussò ancora quella donna. Era la terza volta quella settimana, e iniziai a piangere. Ero rimasto solo io in casa.
DELL'AMORE O DELLA FINE
So che sei là fuori.
So che sei lì dentro.
DELL'OSPITE O DELL'ORRORE
Rallegratevi in casa mia, l'ospite è sacro. Accidenti, deve essersi bloccata la porta..."
Come vedete queste poche righe hanno una potenza mostruosa.
In quanto amante della letteratura apprezzo la potenza dicotomica di questo genere letterario, al quale non saprei dare un nome.
So che non è abbastanza assurdo, per i puristi della mia letteratura. Ad essi sono dedicati i successivi frammenti.
"DEL PINGUINO O DELLA LAVATRICE
Lavami a secco, sono sterile. Aggrappati con forza e lasciati lavare lo smoking, caro.
DEL MATRIMONIO O DELLA FARSA
Il piatto venne lanciato in cielo, e il matrimonio degli spaventapasseri divenne realtà. Nessuno capì che la farsa era appena cominciata, nemmeno quando il testimone tagliò la torta con una forbice di spuma.
DEL VIAGGIO O DELL'ESPLORARE
Santiago è un bel posto, una bella persona e un notevole baobab.
Delle tre, sceglierei la quarta via, quella della laguna: Santiago è un ottimo alligatore."
Auguri e gamberi
I miei lettori magari già si chiedevano su dove fossi finito, che mi fosse capitato, se fossi davvero partito per quella battuta di caccia all'ombrello di cui si vociferava nei circoli sanguigni.
Purtroppo l'Assurdo è una strana bestia, si contorce si muove e corre.
Viaggia su un carro costruito di ponti, del quale non puoi vedere il conducente; racconta storie senza morale, senza coda, ma con una capo fiero e sbarazzino.
Nell'ultimo mese ho dovuto applicare la vena creativa alla ripresa di un romanzo fantasy, di quello convenzionale; e la mia mente fuma ancora a tal pensiero. Lasciatemi sfogare!
Innanzitutto vorrei fare gli auguri agli amici dell'Assurdo (http://lassurdoblog.blogspot.it/), che da ora hanno creato il loro rutilante Manifesto.
Auguri, miei cari, e possa la vostra carraglia durare per tutta l'eternità.
Questo articolo è dedicato a voi.
Bene.
Ora posso sfogarmi.
Aspettavo questo momento, mia cara, mentre rollavo palme di caramelle per farle stare in una piadina.
Ho sognato questo momento, sognando di uno spirito libero e azzurro, del colore dell'elettricità e delle audiocassette, e delle sue avventure in un teatro di periferia; ho aspettato questo ballo per un lungo mese.
La vita senza Assurdo è noiosa, terribilmente.
Impiegati delle pescherie si rotolano in viali con gamberi e passamontagna, intonando canzonacce che fanno sorridere i più avvezzi alla vita.
Stappiamo una bottiglia d'olio che è ora di cena: aprite le bruschette e le bombette alla crema.
Vattene tuba!
Checché questa tavola sia becchime per la mente.
Arrendetevi Convenzionali piccioni, nelle vostre torri di carte e grigi pinzimoni: l'alba arriva per tutti.
Libero penso che forse in un mondo comandato dalle patate si possa sorridere di più; ignoro un elefante per ponderare sulle biglie. La spiaggia, per una formica, è fatta di sassi.
Lungomari di vino aspettano il riposo di chi ha lavorato come un frigorifero per tutta la vita; il delfini pagano da bere.
Intanto che ciò accade, in un altro mondo si mangiano meduse con cavi elettrici, piccanti contorni di banchi di dati e armature.
Fusibili in bianco, per me!
Ora sto decisamente meglio. Non so per quanto durerà, ma la mia mente non è più sull'orlo di una crisi.
Un'altra goccia di Convenzione, e sarebbe crollato il castello.
Purtroppo l'Assurdo è una strana bestia, si contorce si muove e corre.
Viaggia su un carro costruito di ponti, del quale non puoi vedere il conducente; racconta storie senza morale, senza coda, ma con una capo fiero e sbarazzino.
Nell'ultimo mese ho dovuto applicare la vena creativa alla ripresa di un romanzo fantasy, di quello convenzionale; e la mia mente fuma ancora a tal pensiero. Lasciatemi sfogare!
Innanzitutto vorrei fare gli auguri agli amici dell'Assurdo (http://lassurdoblog.blogspot.it/), che da ora hanno creato il loro rutilante Manifesto.
Auguri, miei cari, e possa la vostra carraglia durare per tutta l'eternità.
Questo articolo è dedicato a voi.
Bene.
Ora posso sfogarmi.
Aspettavo questo momento, mia cara, mentre rollavo palme di caramelle per farle stare in una piadina.
Ho sognato questo momento, sognando di uno spirito libero e azzurro, del colore dell'elettricità e delle audiocassette, e delle sue avventure in un teatro di periferia; ho aspettato questo ballo per un lungo mese.
La vita senza Assurdo è noiosa, terribilmente.
Impiegati delle pescherie si rotolano in viali con gamberi e passamontagna, intonando canzonacce che fanno sorridere i più avvezzi alla vita.
Stappiamo una bottiglia d'olio che è ora di cena: aprite le bruschette e le bombette alla crema.
Vattene tuba!
Checché questa tavola sia becchime per la mente.
Arrendetevi Convenzionali piccioni, nelle vostre torri di carte e grigi pinzimoni: l'alba arriva per tutti.
Libero penso che forse in un mondo comandato dalle patate si possa sorridere di più; ignoro un elefante per ponderare sulle biglie. La spiaggia, per una formica, è fatta di sassi.
Lungomari di vino aspettano il riposo di chi ha lavorato come un frigorifero per tutta la vita; il delfini pagano da bere.
Intanto che ciò accade, in un altro mondo si mangiano meduse con cavi elettrici, piccanti contorni di banchi di dati e armature.
Fusibili in bianco, per me!
Ora sto decisamente meglio. Non so per quanto durerà, ma la mia mente non è più sull'orlo di una crisi.
Un'altra goccia di Convenzione, e sarebbe crollato il castello.
lunedì 8 aprile 2013
Possiamo creare
Quella che più mi si confà al mio stato d'animo è un atmosfera smooth, morbida e vellutata come la schiuma di una Guinness.
Un locale leggermente fumoso, spianato e tirato a lucido: un bancone d'oro, con le spine che gorgogliano come tacchini e con la freschezza dell'aperitivo americano che schiocca le dita a ragazze affusolate e a uomini vestiti come pinguini.
Sguazzo tra un tavolo e l'altro, annaspando a volte, ma sempre a galla.
La serata è mia.
Sono un essere che vive per il pubblico.
Ho bisogno di decantare, intonare, raccontare, viaggiare, saltimbancare, impepare un certo numero di persone che si interessino a me.
Io sono il racconto: loro il pubblico.
Questo non perché abbia molte cose da raccontare: ma perché posso creare qualcosa da raccontare.
Provo a spiegarmi meglio, lasciatemi solo mettere la musica giusta.
Squillino le trombe e mi si porti da bere.
Eccoci cari lettori, davanti alla costruzione creativa.
Una serie di intricati fili, bianchi come il latte, giallo limone e provola; saltimbocca ricompattati che sdrucciolano sulle mura oleose, cercando appigli semplici e trovandone di impensabili.
Immaginate un cornicione pieno di zanzare: fastidiose, a frotte sparse: si uniscono solo per un fine comune.
Allo stesso modo, tirando solo uno dei fili del processo creativo, si muoveranno tutti, dai più quadrati ai più croccanti.
La costruzione creativa è pura metafisica: noi vediamo solamente ciò che arriva alla fine.
Si potrebbe dire che la costruzione è un fine? Diciamo di sì.
Avevo un gatto smemorato. Ma il giorno di Pasqua mi resi conto che lo smemorato ero io, e il gatto cercava solo di recuperare i miei errori.
Questo racconto ultrabreve descrive bene ciò che intendo dall'inizio della chiacchierata.
Tutto si deve chiudere in un racconto.
Ma una strada deve sempre essere lasciata aperta.
La costruzione creativa fa tutta la casa, con tanto di porta d'ingresso. Ma da una finestra si può sempre scappare.
Ora mi sono davvero perso.
Quello che volevo spremere dal concetto di partenza, è che la storia non deve esistere già.
La si deve creare.
La possiamo creare.
Gli elementi sono tutti qua: un tamburello, una buccia d'arancio e un esercito di briciole.
Lasciatevi prendere dal gatto.
Un locale leggermente fumoso, spianato e tirato a lucido: un bancone d'oro, con le spine che gorgogliano come tacchini e con la freschezza dell'aperitivo americano che schiocca le dita a ragazze affusolate e a uomini vestiti come pinguini.
Sguazzo tra un tavolo e l'altro, annaspando a volte, ma sempre a galla.
La serata è mia.
Sono un essere che vive per il pubblico.
Ho bisogno di decantare, intonare, raccontare, viaggiare, saltimbancare, impepare un certo numero di persone che si interessino a me.
Io sono il racconto: loro il pubblico.
Questo non perché abbia molte cose da raccontare: ma perché posso creare qualcosa da raccontare.
Provo a spiegarmi meglio, lasciatemi solo mettere la musica giusta.
Squillino le trombe e mi si porti da bere.
Eccoci cari lettori, davanti alla costruzione creativa.
Una serie di intricati fili, bianchi come il latte, giallo limone e provola; saltimbocca ricompattati che sdrucciolano sulle mura oleose, cercando appigli semplici e trovandone di impensabili.
Immaginate un cornicione pieno di zanzare: fastidiose, a frotte sparse: si uniscono solo per un fine comune.
Allo stesso modo, tirando solo uno dei fili del processo creativo, si muoveranno tutti, dai più quadrati ai più croccanti.
La costruzione creativa è pura metafisica: noi vediamo solamente ciò che arriva alla fine.
Si potrebbe dire che la costruzione è un fine? Diciamo di sì.
Avevo un gatto smemorato. Ma il giorno di Pasqua mi resi conto che lo smemorato ero io, e il gatto cercava solo di recuperare i miei errori.
Questo racconto ultrabreve descrive bene ciò che intendo dall'inizio della chiacchierata.
Tutto si deve chiudere in un racconto.
Ma una strada deve sempre essere lasciata aperta.
La costruzione creativa fa tutta la casa, con tanto di porta d'ingresso. Ma da una finestra si può sempre scappare.
Ora mi sono davvero perso.
Quello che volevo spremere dal concetto di partenza, è che la storia non deve esistere già.
La si deve creare.
La possiamo creare.
Gli elementi sono tutti qua: un tamburello, una buccia d'arancio e un esercito di briciole.
Lasciatevi prendere dal gatto.
sabato 30 marzo 2013
Sproloqui e nuovi progetti
Spesso trastullandosi in pigre serate con amiche e amici gli argomenti si vedono protagonisti di cambi repentini: la mano dell'Assurdo si libra sulle discussioni per portarle su strade desiderate inconsciamente, portando a sconclusionate illuminazioni su progetti culturali o meno.
Nel mio caso ho avuto la spinta (spero l'ultima) per la scrittura di un romanzo demenziale-fantascientifico.
Da quando ho iniziato le distruttive saghe di Mondo Disco di Terry Pratchett (ve lo consiglio, pelandroni), avevo in mano uno stile letterario divertente, che poteva aiutarmi alla stesura di un romanzo "serio".
Mi mancava la storia.
Che ieri sera si è scoperta già esistente e pronta.
Manca solo il coraggio, ora.
Sono molto bravo a iniziare le cose.
O meglio, sono un fan della discontinuità: un giorno parlo di lucertole, il giorno dopo di scale e rinoceronti; un giorno di frigoriferi e colibrì, quello dopo d'Irlanda e salsicce.
Un romanzo, un intero libro con un'intera storia, richiede CONTINUITÀ.
Una qualità (o un difetto? Mi consulterò con il mio psichiatra-dentifricio) che non possiedo è la continuità.
Molto probabilmente tra due settimane saremo qui a parlare di come è stato bello partire nella stesura di un romanzo. E di quanto è stato rilassante gettare tutto ai canederli.
Oppure di quanto il romanzo si stia rivelando riposante, come un frigorifero nel quale non devi cercare le fettallatte.
In ogni caso... non so come andrà.
Perciò cambio repentinamente argomento e butto giù due casuali versi, ché mi stavo incartando in un discorso serio.
Lamprede di danza si
rigettano nei flutti
della memoria.
Abbraccia la scossa,
vaso di terracotta.
Un prosciutto immobile
si palesa medicina
per cuori infranti.
Lavami la macchina,
che domani nevica.
Nel mio caso ho avuto la spinta (spero l'ultima) per la scrittura di un romanzo demenziale-fantascientifico.
Da quando ho iniziato le distruttive saghe di Mondo Disco di Terry Pratchett (ve lo consiglio, pelandroni), avevo in mano uno stile letterario divertente, che poteva aiutarmi alla stesura di un romanzo "serio".
Mi mancava la storia.
Che ieri sera si è scoperta già esistente e pronta.
Manca solo il coraggio, ora.
Sono molto bravo a iniziare le cose.
O meglio, sono un fan della discontinuità: un giorno parlo di lucertole, il giorno dopo di scale e rinoceronti; un giorno di frigoriferi e colibrì, quello dopo d'Irlanda e salsicce.
Un romanzo, un intero libro con un'intera storia, richiede CONTINUITÀ.
Una qualità (o un difetto? Mi consulterò con il mio psichiatra-dentifricio) che non possiedo è la continuità.
Molto probabilmente tra due settimane saremo qui a parlare di come è stato bello partire nella stesura di un romanzo. E di quanto è stato rilassante gettare tutto ai canederli.
Oppure di quanto il romanzo si stia rivelando riposante, come un frigorifero nel quale non devi cercare le fettallatte.
In ogni caso... non so come andrà.
Perciò cambio repentinamente argomento e butto giù due casuali versi, ché mi stavo incartando in un discorso serio.
Lamprede di danza si
rigettano nei flutti
della memoria.
Abbraccia la scossa,
vaso di terracotta.
Un prosciutto immobile
si palesa medicina
per cuori infranti.
Lavami la macchina,
che domani nevica.
martedì 15 gennaio 2013
A Ruota Libera
Secoli che l'ispirazione mancava dal bussare alla mia porta, sempre aperta, ma di fatto sbarrata dalle perline fastidiose dello studio.
Da piccolo ho sempre odiato le fornaie perline, degne di un supermercato infimo, di quello dove gli scarafaggi fanno la spesa con le foglie di insalata che rimangono cadute a terra.
Non per giustizia, e nemmeno per pudore: ma quelle perline, per tutte le balene e i capodogli (e per chi coglie, anche per tutti i vasi di fiori), non le ho mai potute soffrire.
Stasera si va a ruota libera: la mia testa, oppressa come opossum nel sussurrare (troppe esse) della silenziosa selva saltuaria, aveva bisogno di andare in bagno, ed eccoci qua.
Come nell'intimità delle piastrelle del bagno, lascio fluire i miei pensieri, costipati e annaspanti.
"La scimmia del capo, stanca, piegò la testa di lato, arrancando tra sonno e realtà.
Capitano, le scialuppe mollano gli ormeggi. Poi mi spiegherà che diavolo è un ormeggio."
"Dovremmo stare più spesso con i nostri pensieri.
E ciò, se avete capito qualcosa di tutto quello che ho scritto, non vuol dire pensare di più."
Caspio, questa è una frasona da citare nei secoli dei secoli. Se il tucano che usassi come scriba non stesse dormendo sul trespolo di colorate fantasie che gli ho regalato per la sua nascita, avrei potuto appuntarla, per i posteri, o i quadri del futuro.
Effettivamente la parola "posteri" nel mio immaginario grezzo e fanciullesco è sempre stato associato all'idea di "quadro".
Del resto, di posteri attaccati al muro ne ho visti parecchi.
Il Lettore non veda male questa mia affermazione: non ho fatto una bertuccia ( = becera battuta), ma semplicemente sono convinto di aver visto molti posteri attaccati ad un muro.
"Il tentacolo del Capitano si appoggiò sulla pelosa superficie. Sia mai che a un tentacolo sia negato il piacere di accarezzare un peluche."
Questa sinceramente devi essermi uscita da qualche tentativo di connessione mal riuscito. Oppure, invero, è uno dei momenti più alti della mia letteratura.
Fottuto Folk Metal. Sento l'ispirazione pelosa di Odino, nerboruto Dio che riconosco in ogni macellaio insensibile, o in ogni grande bevitore che si degna di scolarsi lattine di birre da discount.
I Vichinghi avevano i discount? Perché QUELLI dovevano essere grezzi davvero.
"The Musical Box - Genesis"
Cori angelici dolcemente, mielano le loro arpe, battendo i tondi piedi in un suono morbido come la schiuma di una birra.
La domanda viaggia sui cieli, prendendo un taxi che non conosce tassametro.
"Play me my song..."
Sono tornato al mio amato Progressive Rock. Il Mostro di Spaghetti Volante salvi i Genesis, i Gentle Giant e la birra.
Non so se ho finito davvero quello che volevo dire, e mi sto trascinando come un polpo in cerca di un peluche, o se semplicemente l'ispirazione è in fase calante.
Ad ogni modo, meglio chiudere.
Mi sei mancato, caro Assurdo.
La mia porta è sempre aperta, se non ti danno fastidio le perline.
Da piccolo ho sempre odiato le fornaie perline, degne di un supermercato infimo, di quello dove gli scarafaggi fanno la spesa con le foglie di insalata che rimangono cadute a terra.
Non per giustizia, e nemmeno per pudore: ma quelle perline, per tutte le balene e i capodogli (e per chi coglie, anche per tutti i vasi di fiori), non le ho mai potute soffrire.
Stasera si va a ruota libera: la mia testa, oppressa come opossum nel sussurrare (troppe esse) della silenziosa selva saltuaria, aveva bisogno di andare in bagno, ed eccoci qua.
Come nell'intimità delle piastrelle del bagno, lascio fluire i miei pensieri, costipati e annaspanti.
"La scimmia del capo, stanca, piegò la testa di lato, arrancando tra sonno e realtà.
Capitano, le scialuppe mollano gli ormeggi. Poi mi spiegherà che diavolo è un ormeggio."
"Dovremmo stare più spesso con i nostri pensieri.
E ciò, se avete capito qualcosa di tutto quello che ho scritto, non vuol dire pensare di più."
Caspio, questa è una frasona da citare nei secoli dei secoli. Se il tucano che usassi come scriba non stesse dormendo sul trespolo di colorate fantasie che gli ho regalato per la sua nascita, avrei potuto appuntarla, per i posteri, o i quadri del futuro.
Effettivamente la parola "posteri" nel mio immaginario grezzo e fanciullesco è sempre stato associato all'idea di "quadro".
Del resto, di posteri attaccati al muro ne ho visti parecchi.
Il Lettore non veda male questa mia affermazione: non ho fatto una bertuccia ( = becera battuta), ma semplicemente sono convinto di aver visto molti posteri attaccati ad un muro.
"Il tentacolo del Capitano si appoggiò sulla pelosa superficie. Sia mai che a un tentacolo sia negato il piacere di accarezzare un peluche."
Questa sinceramente devi essermi uscita da qualche tentativo di connessione mal riuscito. Oppure, invero, è uno dei momenti più alti della mia letteratura.
Fottuto Folk Metal. Sento l'ispirazione pelosa di Odino, nerboruto Dio che riconosco in ogni macellaio insensibile, o in ogni grande bevitore che si degna di scolarsi lattine di birre da discount.
I Vichinghi avevano i discount? Perché QUELLI dovevano essere grezzi davvero.
"The Musical Box - Genesis"
Cori angelici dolcemente, mielano le loro arpe, battendo i tondi piedi in un suono morbido come la schiuma di una birra.
La domanda viaggia sui cieli, prendendo un taxi che non conosce tassametro.
"Play me my song..."
Sono tornato al mio amato Progressive Rock. Il Mostro di Spaghetti Volante salvi i Genesis, i Gentle Giant e la birra.
Non so se ho finito davvero quello che volevo dire, e mi sto trascinando come un polpo in cerca di un peluche, o se semplicemente l'ispirazione è in fase calante.
Ad ogni modo, meglio chiudere.
Mi sei mancato, caro Assurdo.
La mia porta è sempre aperta, se non ti danno fastidio le perline.
lunedì 24 dicembre 2012
Strenne e balocchi
Partiamo con le dediche: questa poesia è per Il gxxxxx bluff, che mi ha illuminato il Natale.
Sapere che altre persone amano questo tipo di Letteratura e disdegnano con i baffi rivolti verso l'alto la subdola aragosta della Convenzione, in giacca e cravatta, sempre pronta ad irretirti nelle sue regole, simulazioni di perfezione e sicurezza.
Un altro autore in trincea con noi, a condividere cannonate e rospi, in attesa che le mura del Rigore Formale si sgretolino come biscotti sotto i denti delle renne di Babbo Natale.
Grazie, e che i tuoi balocchi siano sempre di legno ed espressivi.
Strenna: renna di Babbo Natale, agghindata di mandorle, ghirlande e arlecchine luci lampeggianti.
Questo perché da bambino in nessun libro mi veniva spiegato il significato della parola strenna: una grave lacuna che ancora oggi stento a recuperare.
Un trauma natalizio.
Balocchi: regali (di legno, preferibilmente), che se messi in un sacco di iuta schioccano tra loro, sballonzolati dal vento, producendo rumori piacevoli all'udito di uomini, renne, strenne e cani pelosi e grandi. È la parola natalizia per eccellenza, secondo la volontà del Formichiere.
Queste sono le due definizioni (soggettive: se ne avete altre, vostre, ben condizionate e apparentemente non infestate dagli acari del Natale, usatele) per poter comprendere gli auguri che io, Direttore della Redazione delle Belle Opere Pelose e della Redazione di "Absurd is the Way!" in quanto unico partecipante in entrambe le comunità, rivolgo a voi, cari lettori, e a voi, cari collaboratori (Il gxxxxx bluff e L'Assurdo).
Buon Natale, felice anno nuovo, buone bestie, e che il Formichiere tenga in serbo la vostra strada migliore per il momento più buio.
STRENNE E BALOCCHI
Annaspando tra rosse carte
di granchi e calamari,
tonni e rinoceronti,
assaporo inevitabilmente
spiriti gioiosi.
Innalzando lo sguardo
verso catene di prosciutti,
proteste di manifesti.
Libriamoci tutti al di sopra
delle trombe;
le scale non sono più
per noi.
Allunghiamo il collo,
come dinosauri,
verso il peloso domani.
Stringete la mano
al levriero;
non fatevi intimorire dall'antilope.
Le aragoste sono il male,
ma non le torpedini.
Strenne e balocchi,
frigoriferi nei piatti.
Sapere che altre persone amano questo tipo di Letteratura e disdegnano con i baffi rivolti verso l'alto la subdola aragosta della Convenzione, in giacca e cravatta, sempre pronta ad irretirti nelle sue regole, simulazioni di perfezione e sicurezza.
Un altro autore in trincea con noi, a condividere cannonate e rospi, in attesa che le mura del Rigore Formale si sgretolino come biscotti sotto i denti delle renne di Babbo Natale.
Grazie, e che i tuoi balocchi siano sempre di legno ed espressivi.
Strenna: renna di Babbo Natale, agghindata di mandorle, ghirlande e arlecchine luci lampeggianti.
Questo perché da bambino in nessun libro mi veniva spiegato il significato della parola strenna: una grave lacuna che ancora oggi stento a recuperare.
Un trauma natalizio.
Balocchi: regali (di legno, preferibilmente), che se messi in un sacco di iuta schioccano tra loro, sballonzolati dal vento, producendo rumori piacevoli all'udito di uomini, renne, strenne e cani pelosi e grandi. È la parola natalizia per eccellenza, secondo la volontà del Formichiere.
Queste sono le due definizioni (soggettive: se ne avete altre, vostre, ben condizionate e apparentemente non infestate dagli acari del Natale, usatele) per poter comprendere gli auguri che io, Direttore della Redazione delle Belle Opere Pelose e della Redazione di "Absurd is the Way!" in quanto unico partecipante in entrambe le comunità, rivolgo a voi, cari lettori, e a voi, cari collaboratori (Il gxxxxx bluff e L'Assurdo).
Buon Natale, felice anno nuovo, buone bestie, e che il Formichiere tenga in serbo la vostra strada migliore per il momento più buio.
Annaspando tra rosse carte
di granchi e calamari,
tonni e rinoceronti,
assaporo inevitabilmente
spiriti gioiosi.
Innalzando lo sguardo
verso catene di prosciutti,
proteste di manifesti.
Libriamoci tutti al di sopra
delle trombe;
le scale non sono più
per noi.
Allunghiamo il collo,
come dinosauri,
verso il peloso domani.
Stringete la mano
al levriero;
non fatevi intimorire dall'antilope.
Le aragoste sono il male,
ma non le torpedini.
Strenne e balocchi,
frigoriferi nei piatti.
mercoledì 19 dicembre 2012
Giri in libreria e incontri con la signora Presunzione
Scioccato dalla marea di insulsi, abitudinari sproloqui di vaneggi impalpabili.
"Buonasera signora Cultura. Mi conceda di stuprarLa, così, per folle divertimento".
Ribrezzo, copioso e immanente, permea le vene di chi osserva; o meglio, di chi legge.
Quanto poco nel molto!
Vanesi giri di parole per riempire le pagine.
Vergogna, a te e alla tua stirpe.
Mia consuetudine è recarmi alla libreria.
Con passo baldanzoso assaporo l'odore della carta, per me consolazione tangibile in un'era digitale a cui comunque appartengo fieramente.
Volteggio come un colibrì tra le scansie, adocchiando, brillando, spegnendomi, rinvigorendomi e sfarfallando a vuoto, solo per il gusto di sfiorare copertine cartonate o economiche, dipinte accuratamente o minimaliste.
Il fiero leone si aggira per la savana, alla ricerca della gazzella più succulenta, quella che gli arrecherà maggior piacere, e per più tempo.
Armadillando ignaro mi avvicino alla corsia del Fantasy, e della Fantascienza, miei prediletti territori di caccia.
La nausea è una delle sensazioni peggiori, se abbinata al provar ripugno per qualcosa.
E' come se centinaia di umidi vermi, mollicosi e sporchi di fango, danzassero un ballo distorto sulla vostra lingua.
Libri INUTILI.
SCIOCCHI, RIPETITIVI, NOIOSI, INOPPORTUNI.
DISGUSTOSI, VENDUTI, SCHIERATI E IMPERTINENTI.
Ti mostrano spudorati la loro assoluta mancanza di necessità, sbattendotela in faccia e spalmandola con vigore fino ai capelli.
Mi sento offeso da tanto ciarpame, da tanto esercizio dell'inettitudine di qualcuno che vede nello scrivere. E che puntualmente viene pubblicato.
Come dissi a suo tempo, mai mi sono arrogato il diritto di essere pubblicato, ma sono dell'idea che tale onorificenza vada concessa a chi sia in grado di maneggiare una penna con DOVUTA E RICHIESTA disinvoltura.
"Ciao, caro il mio Formichiere. Passavo di qua e vedendoti in tale stato indignato per i prossimi minuti tenterò di tentarti."
La signora Presunzione.
Liscia e languida nel suo mantello di sete pregiate (una formula, sete pregiate, che mi ha sempre fatto pensare all'India, ai puntini sulla fronte e al riso pilaf).
"Ma guarda che porcherie vengono pubblicate al giorno d'oggi. Pensa che a te manco ti considerano. Disdicevole."
Poffarda mentre guarda i libri, sollevandoli, soppesandoli come pezzi di carne (poffardare: osservare qualcosa sbuffando vistosamente).
"Che vergogna."
So sempre dove vuole andare a parare. Ed eccola che parte.
"E pensare..."
Lo sapevo.
"... che tu..."
Arriviamo al punto, vegliarda.
"... hai inventato un genere letterario. E nessuno TI-SI-SCORREGGIA."
Affondo al cuore, classico, pulito, senza sbavature, come l'armatura di un pangolino.
Ora, io non ho la più pallida idea se questa mia convinzione di aver inventato DAVVERO un nuovo genere letterario sia giustificata; so per certo però, che ogni volta che la signora Presunzione interviene, salta fuori la questione.
Non so perché, ma a una parte della mia mente piace pensare di essere un innovatore letterario.
Ad ogni modo, credo fermamente nel Formichiere, e nell'Ispirazione pelosa che concede a pochi procioni (tra cui i ragazzi de L'Assurdo).
E credo fermamente in quello che scrivo, nei miei pochi ma buoni fan.
E se per caso sarò davvero il pioniere di una nuova letteratura, i pochi ma buoni pronunceranno il mio glabro nome, e potranno vantare l'avermi seguito dagli albori.
Vi voglio bene, miei cari lettori, miei ricci, alberi e zuccheri; mie peonie, violaciocche; miei ragnetti, miei zaini e miei muri portanti.
Vi voglio bene, miei equini colleghi, compagni di ciurma in un piatto mare di bonaccia letteraria, alla ricerca mai conclusa di un'Assurda ElDorado.
Il piacere dello scrivere, oltre che dall'atto in sé, deriva dalla consapevolezza della Vostra approvazione.
Grazie.
La questione preferisco chiuderla, stendendo un velo impietoso sulle lotte che inficiano gli angoli più egoisti della mia mente; ma posso, e a ragione, insistere sulla pochezza (che parola signori, che parola!) della maggior parte di ciò che vedo nel reparto novità.
E il primo stronzo che mi dice che però "Lo Hobbit" è bello anche se nuovo, lo prendo a calci in culo fino al 1937.
"Buonasera signora Cultura. Mi conceda di stuprarLa, così, per folle divertimento".
Ribrezzo, copioso e immanente, permea le vene di chi osserva; o meglio, di chi legge.
Quanto poco nel molto!
Vanesi giri di parole per riempire le pagine.
Vergogna, a te e alla tua stirpe.
Mia consuetudine è recarmi alla libreria.
Con passo baldanzoso assaporo l'odore della carta, per me consolazione tangibile in un'era digitale a cui comunque appartengo fieramente.
Volteggio come un colibrì tra le scansie, adocchiando, brillando, spegnendomi, rinvigorendomi e sfarfallando a vuoto, solo per il gusto di sfiorare copertine cartonate o economiche, dipinte accuratamente o minimaliste.
Il fiero leone si aggira per la savana, alla ricerca della gazzella più succulenta, quella che gli arrecherà maggior piacere, e per più tempo.
Armadillando ignaro mi avvicino alla corsia del Fantasy, e della Fantascienza, miei prediletti territori di caccia.
La nausea è una delle sensazioni peggiori, se abbinata al provar ripugno per qualcosa.
E' come se centinaia di umidi vermi, mollicosi e sporchi di fango, danzassero un ballo distorto sulla vostra lingua.
Libri INUTILI.
SCIOCCHI, RIPETITIVI, NOIOSI, INOPPORTUNI.
DISGUSTOSI, VENDUTI, SCHIERATI E IMPERTINENTI.
Ti mostrano spudorati la loro assoluta mancanza di necessità, sbattendotela in faccia e spalmandola con vigore fino ai capelli.
Mi sento offeso da tanto ciarpame, da tanto esercizio dell'inettitudine di qualcuno che vede nello scrivere. E che puntualmente viene pubblicato.
Come dissi a suo tempo, mai mi sono arrogato il diritto di essere pubblicato, ma sono dell'idea che tale onorificenza vada concessa a chi sia in grado di maneggiare una penna con DOVUTA E RICHIESTA disinvoltura.
"Ciao, caro il mio Formichiere. Passavo di qua e vedendoti in tale stato indignato per i prossimi minuti tenterò di tentarti."
La signora Presunzione.
Liscia e languida nel suo mantello di sete pregiate (una formula, sete pregiate, che mi ha sempre fatto pensare all'India, ai puntini sulla fronte e al riso pilaf).
"Ma guarda che porcherie vengono pubblicate al giorno d'oggi. Pensa che a te manco ti considerano. Disdicevole."
Poffarda mentre guarda i libri, sollevandoli, soppesandoli come pezzi di carne (poffardare: osservare qualcosa sbuffando vistosamente).
"Che vergogna."
So sempre dove vuole andare a parare. Ed eccola che parte.
"E pensare..."
Lo sapevo.
"... che tu..."
Arriviamo al punto, vegliarda.
"... hai inventato un genere letterario. E nessuno TI-SI-SCORREGGIA."
Affondo al cuore, classico, pulito, senza sbavature, come l'armatura di un pangolino.
Ora, io non ho la più pallida idea se questa mia convinzione di aver inventato DAVVERO un nuovo genere letterario sia giustificata; so per certo però, che ogni volta che la signora Presunzione interviene, salta fuori la questione.
Non so perché, ma a una parte della mia mente piace pensare di essere un innovatore letterario.
Ad ogni modo, credo fermamente nel Formichiere, e nell'Ispirazione pelosa che concede a pochi procioni (tra cui i ragazzi de L'Assurdo).
E credo fermamente in quello che scrivo, nei miei pochi ma buoni fan.
E se per caso sarò davvero il pioniere di una nuova letteratura, i pochi ma buoni pronunceranno il mio glabro nome, e potranno vantare l'avermi seguito dagli albori.
Vi voglio bene, miei cari lettori, miei ricci, alberi e zuccheri; mie peonie, violaciocche; miei ragnetti, miei zaini e miei muri portanti.
Vi voglio bene, miei equini colleghi, compagni di ciurma in un piatto mare di bonaccia letteraria, alla ricerca mai conclusa di un'Assurda ElDorado.
Il piacere dello scrivere, oltre che dall'atto in sé, deriva dalla consapevolezza della Vostra approvazione.
Grazie.
La questione preferisco chiuderla, stendendo un velo impietoso sulle lotte che inficiano gli angoli più egoisti della mia mente; ma posso, e a ragione, insistere sulla pochezza (che parola signori, che parola!) della maggior parte di ciò che vedo nel reparto novità.
E il primo stronzo che mi dice che però "Lo Hobbit" è bello anche se nuovo, lo prendo a calci in culo fino al 1937.
martedì 4 dicembre 2012
Partiamo dal presupposto
Partiamo dal presupposto che stasera sono annoiato.
Partiamo dal presupposto che stasera sono pigro.
Partiamo dal presupposto che per scrivere "Partiamo dal presupposto" ho continuato ad usare sua santità Ctrl+C Ctrl+V (copia e incolla per i profani).
Partiamo dal presupposto che voglio scrivere qualcosa, tanto per far passare il tempo che intercorre tra la fine della cena e l'ora di appollaiarsi sul cuscino a leggere.
Partiamo dal presupposto che non ho idea di quello che scriverò, né di quello che verrà fuori.
Partiamo dal presupposto che sto ascoltando Progressive Rock, in particolare gli Yes.
Partiamo dal presupposto che la giornata è stata lunga e pesante.
Partiamo dal presupposto che adesso parto, e basta.
Rintronato, mi svegliai nel parcheggio del profumificio della MammaRatta & co.
Maledette sbronze pre-commercialista, danno sempre i postumi post-commercialista.
Avevo voglia di un frappè, di quelli densi, che sappiano di un frutto denso, tipo la banana o la nutella. Oppure il tasso o l'ananas.
La sabbia mi entrava dalla orecchie mentre avanzavo; poi mi accorsi che stavo scavando invece di camminare in avanti, e tornai sui miei passi.
Ora avevo voglia di due frappè; ma la gelateria più vicina era famosa per la sua brutta gestione. I babbuini non sono soliti gestire bene gelaterie, e questi due tassi facevano ancora peggio.
"Mai fidarti di un tasso," diceva il mio commercialista, un uomo alto circa un metro e quaranta con un'insana passione per l'alfabeto cirillico "sono animali cattivi, e non denunciano quasi mai quello che guadagnano al fisco."
Ma ero spesso ubriaco quando andavo dal commercialista (prima facevo sempre un salto al bar, per prepararmi), e quel consiglio non l'ho mai seguito troppo.
Entrai con fare spavaldo nella gelateria, mentre i ciondolini appesi all'entrata suonavano un titillante inno francese alla rovescia.
Mi accorsi della pestata solo dopo averla detta due volte, la prima alla commessa e la seconda al cliente che stava davanti a me in fila, giusto per rimarcare la bellezza di quello che avevo appena detto.
"Cortesemente potrebbe prepararmi un frappè al gusto tasso?"
(Ora, il lettore se lo ripeta più volte mentalmente: non è forse una frase metricamente e musicalmente perfetta?)
Il gestore, un tasso arcigno che indossava una maglietta sporca con sopra scritto "Salviamo il pangolino", uscì dal retro con una padella in mano.
Ancora oggi mi chiedo a cosa servisse una padella ad un gelataio.
Corsi fuori, ancora non convinto del tutto sul perché una famiglia di tassi inferocita mi stesse inseguendo.
Credo centrasse qualcosa con una massima di vita che il mio commercialista mi disse una volta, ma al momento non ero certo.
Svoltai in un vicolo buio, sporco, con quattro buoi davanti ad un carretto.
Li scavalcai a piedi pari e mi lanciai nella discesa che portava alla metropolitana.
Solo dopo mi accorsi che nella mia città non c'era la metro, e di conseguenza mi persi nelle fogne.
Partiamo dal presupposto che vagai per due settimane, nelle quali capii molte cose.
Tornato in superficie, la prima cosa che chiesi al mio commercialista fu se fosse mai stato a quella gelateria che stava proprio dietro il suo ufficio.
Il suo sì mi fece capire molte cose sui frappè, sui pangolini, ma soprattutto sui tassi.
Partiamo dal presupposto che non avessi idea di come sarebbe partito il racconto.
Partiamo dal presupposto che questo racconto, come molti che io ho scritto, non ha senso; ma sono riuscito a finirlo abbastanza disinvoltamente.
Partiamo dal presupposto, che si rivela Assurdo; giungiamo alla conclusione che assume senso, e andiamo oltre per tornare all'Assurdo.
Partiamo dal presupposto che stasera sono pigro.
Partiamo dal presupposto che per scrivere "Partiamo dal presupposto" ho continuato ad usare sua santità Ctrl+C Ctrl+V (copia e incolla per i profani).
Partiamo dal presupposto che voglio scrivere qualcosa, tanto per far passare il tempo che intercorre tra la fine della cena e l'ora di appollaiarsi sul cuscino a leggere.
Partiamo dal presupposto che non ho idea di quello che scriverò, né di quello che verrà fuori.
Partiamo dal presupposto che sto ascoltando Progressive Rock, in particolare gli Yes.
Partiamo dal presupposto che la giornata è stata lunga e pesante.
Partiamo dal presupposto che adesso parto, e basta.
Rintronato, mi svegliai nel parcheggio del profumificio della MammaRatta & co.
Maledette sbronze pre-commercialista, danno sempre i postumi post-commercialista.
Avevo voglia di un frappè, di quelli densi, che sappiano di un frutto denso, tipo la banana o la nutella. Oppure il tasso o l'ananas.
La sabbia mi entrava dalla orecchie mentre avanzavo; poi mi accorsi che stavo scavando invece di camminare in avanti, e tornai sui miei passi.
Ora avevo voglia di due frappè; ma la gelateria più vicina era famosa per la sua brutta gestione. I babbuini non sono soliti gestire bene gelaterie, e questi due tassi facevano ancora peggio.
"Mai fidarti di un tasso," diceva il mio commercialista, un uomo alto circa un metro e quaranta con un'insana passione per l'alfabeto cirillico "sono animali cattivi, e non denunciano quasi mai quello che guadagnano al fisco."
Ma ero spesso ubriaco quando andavo dal commercialista (prima facevo sempre un salto al bar, per prepararmi), e quel consiglio non l'ho mai seguito troppo.
Entrai con fare spavaldo nella gelateria, mentre i ciondolini appesi all'entrata suonavano un titillante inno francese alla rovescia.
Mi accorsi della pestata solo dopo averla detta due volte, la prima alla commessa e la seconda al cliente che stava davanti a me in fila, giusto per rimarcare la bellezza di quello che avevo appena detto.
"Cortesemente potrebbe prepararmi un frappè al gusto tasso?"
(Ora, il lettore se lo ripeta più volte mentalmente: non è forse una frase metricamente e musicalmente perfetta?)
Il gestore, un tasso arcigno che indossava una maglietta sporca con sopra scritto "Salviamo il pangolino", uscì dal retro con una padella in mano.
Ancora oggi mi chiedo a cosa servisse una padella ad un gelataio.
Corsi fuori, ancora non convinto del tutto sul perché una famiglia di tassi inferocita mi stesse inseguendo.
Credo centrasse qualcosa con una massima di vita che il mio commercialista mi disse una volta, ma al momento non ero certo.
Svoltai in un vicolo buio, sporco, con quattro buoi davanti ad un carretto.
Li scavalcai a piedi pari e mi lanciai nella discesa che portava alla metropolitana.
Solo dopo mi accorsi che nella mia città non c'era la metro, e di conseguenza mi persi nelle fogne.
Partiamo dal presupposto che vagai per due settimane, nelle quali capii molte cose.
Tornato in superficie, la prima cosa che chiesi al mio commercialista fu se fosse mai stato a quella gelateria che stava proprio dietro il suo ufficio.
Il suo sì mi fece capire molte cose sui frappè, sui pangolini, ma soprattutto sui tassi.
Partiamo dal presupposto che non avessi idea di come sarebbe partito il racconto.
Partiamo dal presupposto che questo racconto, come molti che io ho scritto, non ha senso; ma sono riuscito a finirlo abbastanza disinvoltamente.
Partiamo dal presupposto, che si rivela Assurdo; giungiamo alla conclusione che assume senso, e andiamo oltre per tornare all'Assurdo.
martedì 27 novembre 2012
Delirio da Febbre
Ora sto meglio, ma la notte di domenica ha lasciato sulla mia psiche delle ridondanti ferite, crude e allampanate, che ancora oggi mi angosciano, allucinanti nella loro derisione della Razionalità.
Il fatto che mi preoccupa maggiormente è la stima che ho provato per loro. In fondo in fondo, da un certo punto di vista, le ho apprezzate.
Sono state un'iniezione di Assurdo capaci di smuovermi dopo quasi un mese di assoluta inattività. Sono state tanto grandi da rimanermi fissate nella mente, come un tatuaggio sulla fronte.
Vediamo come viene, rivivendole per pochi minuti, se ancora riescono ad evocare i fantasmi del passato, mangiatori di lacrime, disperazione, cuscini e sudore.
PREMESSA: avevo un mal di gola tale da farmi gemere come un gerbillo (anche se non so come gemano i gerbilli, ma con quel nome il loro gemere deve essere tremendo), la febbre, e dato che mi ero appallottolato come una mummia inesperta al primo giorno di lavoro (quando ancora non ha capito che tenere le bende un po' larghe aiuta alla circolazione) stavo sudando.
Insomma, la classica scena da delirante da febbre, con l'aggiunta dell'impossibilità di deglutire per il dolore.
Esperienza formativa e fortificante. Let's go!
DELIRIO
La mia testa si squadra, mantenendo solo i bordi bombati, e la mia faccia si fa monitor.
Per chi ne sa un poco di materia, divento un lettore di schede perforate, inspiegabilmente attaccato ad un monitor.
Per chi non sapesse di che cosa si tratta, sto parlando di un aggeggio simpatico nella quale venivano inserite schede con fori particolari, che indicavano al lettore il programma da eseguire.
Inserisci la scheda, esegue istruzione. Semplice. Non dilunghiamoci.
Ogni scheda, per essere porcessata, necessita che io deglutisca.
Azione e dolore ballano insieme, se voglio avanzare devo deglutire, se voglio avanzare devo soffrire.
Sì dolente il programmare, sì alienante lo studiare!
Ora sono in una vasca di vetro, una palla per la precisione. Il lettore è lontano, sono contento.
Che bello vedere il mondo dalla sensuale curvatura trasparente, lucida finestra!
Ad un tratto la Sensazione mi avviluppa.
La Sensazione è la Regina dei Presentimenti e la Principessa della Cattive aspettativa: la Sensazione è la sensazione che qualcosa possa andare male.
Chiaro: non respiro, sott'acqua. Devo deglutire un po' d'acqua, se voglio risalire.
Dolore per sopravvivere, sopravvivere per soffrire ancora.
La vita è sofferenza sofferente, dolore doloroso, deglutire e masticare (ma anche bere e dormire, russare e mangiare).
Mi sveglio dal delirio, sudato.
So che forse Qualcuno di Imperscrutabile mi ha voluto mandare dei messaggi con tutte quelle storie di sofferenza profondamente legate (come edera ad una pianta) al concetto di agire e sopravvivere; ma in fondo chissenefrega.
Semplicemente apprezzo la montagna di Assurdo che mi è piombata in testa quella notte.
Si chiama vedere il bicchiere mezzo pieno, l'anatra mezza grassa, il biscotto mezzo vaniglia, la casa mezza intera, la zanzara mezza morta, o la lacrima mezza scesa.
Chiamatelo come volete, ma i deliri mi piacciono un po' sempre...
Il fatto che mi preoccupa maggiormente è la stima che ho provato per loro. In fondo in fondo, da un certo punto di vista, le ho apprezzate.
Sono state un'iniezione di Assurdo capaci di smuovermi dopo quasi un mese di assoluta inattività. Sono state tanto grandi da rimanermi fissate nella mente, come un tatuaggio sulla fronte.
Vediamo come viene, rivivendole per pochi minuti, se ancora riescono ad evocare i fantasmi del passato, mangiatori di lacrime, disperazione, cuscini e sudore.
PREMESSA: avevo un mal di gola tale da farmi gemere come un gerbillo (anche se non so come gemano i gerbilli, ma con quel nome il loro gemere deve essere tremendo), la febbre, e dato che mi ero appallottolato come una mummia inesperta al primo giorno di lavoro (quando ancora non ha capito che tenere le bende un po' larghe aiuta alla circolazione) stavo sudando.
Insomma, la classica scena da delirante da febbre, con l'aggiunta dell'impossibilità di deglutire per il dolore.
Esperienza formativa e fortificante. Let's go!
DELIRIO
La mia testa si squadra, mantenendo solo i bordi bombati, e la mia faccia si fa monitor.
Per chi ne sa un poco di materia, divento un lettore di schede perforate, inspiegabilmente attaccato ad un monitor.
Per chi non sapesse di che cosa si tratta, sto parlando di un aggeggio simpatico nella quale venivano inserite schede con fori particolari, che indicavano al lettore il programma da eseguire.
Inserisci la scheda, esegue istruzione. Semplice. Non dilunghiamoci.
Ogni scheda, per essere porcessata, necessita che io deglutisca.
Azione e dolore ballano insieme, se voglio avanzare devo deglutire, se voglio avanzare devo soffrire.
Sì dolente il programmare, sì alienante lo studiare!
Ora sono in una vasca di vetro, una palla per la precisione. Il lettore è lontano, sono contento.
Che bello vedere il mondo dalla sensuale curvatura trasparente, lucida finestra!
Ad un tratto la Sensazione mi avviluppa.
La Sensazione è la Regina dei Presentimenti e la Principessa della Cattive aspettativa: la Sensazione è la sensazione che qualcosa possa andare male.
Chiaro: non respiro, sott'acqua. Devo deglutire un po' d'acqua, se voglio risalire.
Dolore per sopravvivere, sopravvivere per soffrire ancora.
La vita è sofferenza sofferente, dolore doloroso, deglutire e masticare (ma anche bere e dormire, russare e mangiare).
Mi sveglio dal delirio, sudato.
So che forse Qualcuno di Imperscrutabile mi ha voluto mandare dei messaggi con tutte quelle storie di sofferenza profondamente legate (come edera ad una pianta) al concetto di agire e sopravvivere; ma in fondo chissenefrega.
Semplicemente apprezzo la montagna di Assurdo che mi è piombata in testa quella notte.
Si chiama vedere il bicchiere mezzo pieno, l'anatra mezza grassa, il biscotto mezzo vaniglia, la casa mezza intera, la zanzara mezza morta, o la lacrima mezza scesa.
Chiamatelo come volete, ma i deliri mi piacciono un po' sempre...
giovedì 29 marzo 2012
Assurdo il videogioco
Il nuovo gioco 2D senza senso, figlio malato di un laboratorio di informatica e tre nerd che non volevano fare lezione.
Ti viene consegnata una spada, con la quale devi girare su un monociclo e uccidere dei goblin nudi omosessuali, ovviamente suonando la cornamusa (comparsa dal nulla) e poi devi sparare a dei pinguini zombi ebrei che sanno solo saltare in basso con stupore della folla (non è cosa da tutti i giorni vedere dei pinguini che sanno saltare solo verso il basso).
Devi andare in cerca di tesori che ti aspetti, contenuti in bauli che sono dei confetti di Hello Kitty, dove dentro trovi delle mutande rosa che sei costretto ad indossare per andare avanti di livello. I nemici più cattivi sono i temibili draghi del gesso.
Il boss finale del dungeon è una Barbie transessuale africana con un mitra al posto della gamba destra e al posto del naso ha un machete, che alla fine scopri essere tua mamma.
Ma in verità, non è il vero finale. Il finale vero è che tutto era un sogno e che il gioco dura oltre trecento ore di gioco, solo di quest principale, mentre le quest secondarie hanno una durata totale di due ore.
La più lunga è la quest dove i lupi mannari sono gialli e rossi e saltano su steccati di panna acida. Naturalmente al posto di pistole hanno banane.
Tale quest si chiama "Rossi the Trololo of the Shadow's Mountain": la famosa quest che è buggata apposta, va sempre in loop mentre Rossi balla il Trololo e il gioco non finirà mai.
Se però sei fortunato compare un Pikachu (unico effetto 3D del gioco) che ti ripete di scaccolarti. Se lo fai tiri un d20 a 30 facce e se fai più di 12 accedi al Bergen Temple dove ti viene insegnato a essere una cicogna bugiarda, che si scopre NON essere tuo padre.
Se fallisci verrai indirizzato alla camera a gas necrofilo pieno di algoritmi messi a caso e strutture dati fatte di camomilla, fragole e gesso. Mai dimenticare il gesso!
Alla fine potrai essere dichiarato ETEROSESSUALE nonostante tu ami profondamente la pianta che ti regalò un Argoniano il giorno della tua prima comunione. Il gioco si chiude con una schermata blu con scritto "The plant is a lie".
Ma non dimentichiamoci dell'espansione Niagara's Legacy!
In sottofondo partirà la versione misheard di It's My Life, mentre uno zombie e un geranio usciranno dal monitor inculandosi a vicenda per la stanza con grande dispiacere dell'orecchio destro di tua suocera, evocata per l'occasione dietro al tuo armadio, che si scopre essere LUI tuo padre, l'armadio di Narnia e lo stupido Mr Tumnus.
Poi ci sarà un seguito, dove dovrai interpretare un gessetto. Dovrai viaggiare dentro un essere chiamato Algebra fatto di baffi (solo quelli). Si sa solo che ad un certo punto del gioco incontrerai un potente alleato, chiamato Daimon, e ti chiederà se puoi essere fumato da lui o se vuoi fumarti da solo
Ma tu devi scegliere di fumarti lui e comprare l'intero Ipercoop di viale Piacenza a Rho milanese, dove colonie di Jigglypuff si ingroppano per conquistare il mondo.
Tale Ipercoop può essere dorato e trasformato in un gatto paffuto e tascato che ti ripeterà che sei in ritardo, tranne quando andrai finalmente a letto con la regina delle streghe.
Poi i beta tester hanno scoperto dopodomani che questo seguito ha un finale.
La colonna sonora è dei Nightwish, mentre la capsula del tempo usata per uscire da Narnia è una supposta di ossidiana.
Si scoprirà poi chein realtà quella capsula era tua nonna di 3° grado.
Allontanarsi dalla quest principale vuol dire finire in un bosco dove vince chi ti tagga per primo in una foto di Paris Hilton e del suo nuovo furetto,e l'ultimo che ti tagga per penitenza deve scopare il tuo dito ignolo.
In questo gioco le 99 scimmie di cui si cantava nelle Follie dell'imperatore, ora zombie, cantano di mummie afrodisiache, e il boss finale è un temibile drago di gesso omosessuale masochista piromane necrofilo zoofilo sadico, che indossa un tutù (di gesso) rosa.
La rivelazione peggiore è quando nella rovina nanica trovi i resti di una leggenda scappata, nata dalla tempesta che sconvolse la Terra per secoli durati decine di giorni, in cui Rossi e Bergenti si sfidarono per la supremazia del mondo.
Dalla malata mente di Darkfagio, Pain e il Formichiere.
giovedì 15 marzo 2012
Saltellando Felicione
Lambiccando il mio povero ed inusuale cervello, pedissequamente mal gestito, sono giunto alla conclusione del saltellìo incessante.
Ogni persona nasce saltellando, felicione come un peluche stellare sperso per qualche luna boscosa delle Galassie Fantadiottriche.
Chi smette di saltellare può farlo per motivi d'accidente: un rametto pulviscoloso, un moscerino fastidioso, una ranocchia che ti sfida ad essere verde.
Ma in ogni caso lo smettere di saltellare comporta una fine, più o meno visionabile, più o meno dolorosamente.
Il nostro felicioso saltellare può giungere ovunque egli desideri (dicesi ricorsione vitale: lo fa perché lo vuole e lo vuole perché lo fa), ma fattori possono aumentarlo o decelerarlo, oltre che purtroppo fermarlo.
Prendiamo per esempio la definizione che il vocabolario anteluviano da' alla parola TENTAZIONE.
TENTAZIONE: gorgogliante ammasso incolore in cui ognuno vede ciò che vuole. Caratteristica intersoggettiva della TENTAZIONE è la sua capacità di far variare in direzione o velocità, il nostro saltellare.
vedi: rane verdi di Jesolo
comare scimmia
Non sono sburocchiolate che mi vengono in mente per l'albero che tira (o per l'albero che fa vento starnutendo), ma esperienze vissute per sofferenza.
Camminavo, anzi, saltellavo col brio di un capriolo che ha addosso le mutande nuove (fresche e odorose di pulito, intonse come un barattolo bianco di latta).
Ad un certo punto, di fronte ad un fiume mostro il ponte giallo mi ha parlato, invitandomi come un burattinaio a saltellare su di lui, per guadagnare tempo, mi diceva sulle note di un pomeriggio primaverile.
Accettavo come un XY che vede un XX, lanciandomi in un galoppo forsennato, berserk di gambe.
Cacchio il gufo aveva ragione.
Nel momento in cui il mio balzello stava per toccare il giallo del ponte sorridente, e il mio cuore era leggero come panna montata, il ponte si scansa e finisco nell'acqua.
Quanto ho dovuto saltellare per uscire dalle schiumose acque sciabordanti, tumulto di scogli e di spuma, brezza liquida e frizzante!
La morale è: saltellate attenti, diffidate dei ponti gialli, il male è TENTAZIONE, meglio a questo punto la convenzione.
P.S. La rima non è voluta.
Almeno non consciamente.
Ogni persona nasce saltellando, felicione come un peluche stellare sperso per qualche luna boscosa delle Galassie Fantadiottriche.
Chi smette di saltellare può farlo per motivi d'accidente: un rametto pulviscoloso, un moscerino fastidioso, una ranocchia che ti sfida ad essere verde.
Ma in ogni caso lo smettere di saltellare comporta una fine, più o meno visionabile, più o meno dolorosamente.
Il nostro felicioso saltellare può giungere ovunque egli desideri (dicesi ricorsione vitale: lo fa perché lo vuole e lo vuole perché lo fa), ma fattori possono aumentarlo o decelerarlo, oltre che purtroppo fermarlo.
Prendiamo per esempio la definizione che il vocabolario anteluviano da' alla parola TENTAZIONE.
TENTAZIONE: gorgogliante ammasso incolore in cui ognuno vede ciò che vuole. Caratteristica intersoggettiva della TENTAZIONE è la sua capacità di far variare in direzione o velocità, il nostro saltellare.
vedi: rane verdi di Jesolo
comare scimmia
Non sono sburocchiolate che mi vengono in mente per l'albero che tira (o per l'albero che fa vento starnutendo), ma esperienze vissute per sofferenza.
Camminavo, anzi, saltellavo col brio di un capriolo che ha addosso le mutande nuove (fresche e odorose di pulito, intonse come un barattolo bianco di latta).
Ad un certo punto, di fronte ad un fiume mostro il ponte giallo mi ha parlato, invitandomi come un burattinaio a saltellare su di lui, per guadagnare tempo, mi diceva sulle note di un pomeriggio primaverile.
Accettavo come un XY che vede un XX, lanciandomi in un galoppo forsennato, berserk di gambe.
Cacchio il gufo aveva ragione.
Nel momento in cui il mio balzello stava per toccare il giallo del ponte sorridente, e il mio cuore era leggero come panna montata, il ponte si scansa e finisco nell'acqua.
Quanto ho dovuto saltellare per uscire dalle schiumose acque sciabordanti, tumulto di scogli e di spuma, brezza liquida e frizzante!
La morale è: saltellate attenti, diffidate dei ponti gialli, il male è TENTAZIONE, meglio a questo punto la convenzione.
P.S. La rima non è voluta.
Almeno non consciamente.
mercoledì 22 febbraio 2012
E le Guglie della Cattedrale ridono
Spilungate forme si innalzano da innominate tombe di pietra, innalzando alla pallida luna un canto tremebondo di morte imminente.
Nell'ombra di una puntuta cattedrale, gialla nel chiarore della notte (il regno dell'ossimoro, l'oscura lucentezza della carne scheletrica), ballano i figli del Male, quello innominabile, alto raffinato, crudo come una lastra di acciaio fredda ed insensibile.
Uccelli neri cinguettano bestemmie sulle teste polverose che scavano, ma verso l'alto; ascendere alla terra, tendenza del morto precoce.
Non si può pensare che ciò che è morto lo sia e basta: le ombre allora non esisterebbero, e le nostre paure inconsce si mostrerebbero come lucide campanule rosa, indifese e coccolose.
La paura ci accompagna per la nera strada, e il Male l'alimenta con le sue forme animali peggiori: chi nega di tremare al verso rauco dell'alloco, stridore di respiro insepolto?
Non puoi battere i tatuaggi del diavolo, ma puoi ascoltare il corvo gracchiare su un busto dimenticato: <<Mai più>>.
I suoi occhi sono fosse dimenticate, dove languono defunti intrisi di dolore e oblio: nessuno sa chi siano, nemmeno loro; si agitano come bestie indemoniate quali sono, rotolando la loro disperazione nel fango bluastro del pallore cadaverico.
Morti annegati che invocano un bicchiere d'acqua, piromani che tentano di rubarlo loro: mondo del rovescio, o rovescio del mondo.
La poesia esprimerebbe molto meglio quello che penso, ma quello che penso è in prosa.
Avventurati nel paese
delle anime dannate,
nel villaggio della dimora celeste,
nella strada persa verso il Paradiso.
Soffermati,
l'angolo di una rumorosa locanda
che sbircia un futuro incerto,
ma finito.
Non lasciarti prendere.
Mai.
Mai più.
Impegnarsi a concludere è il disimpegnarsi dalla vita: un'impiccata sventola, bandiera cruda di un mondo chiuso e gretto; sangue sui bianchi capelli di madre, che si infrange in lunghe onde sulla terra matrigna, sulla natura, che sputa sul mortale.
La sabbia, come la vita, si spegne sotto queste onde, più forti di lei.
I grandi filosofi sono botti vuoti, nelle quali ci specchiamo in cerca delle risposte irrazionali.
Lasciando da sole le statue, esse piangono, avendo sulle spalle millenni di sofferenze sotto i ciechi occhi di pietra, impassibili e forse bisognosi di aiutare.
Busti arcaici da eoni si limitano a godere della sofferenza: cimiteri vuoti attendono il futuro, impossibile da modificare, e certo.
Nell'ombra di una puntuta cattedrale, gialla nel chiarore della notte (il regno dell'ossimoro, l'oscura lucentezza della carne scheletrica), ballano i figli del Male, quello innominabile, alto raffinato, crudo come una lastra di acciaio fredda ed insensibile.
Uccelli neri cinguettano bestemmie sulle teste polverose che scavano, ma verso l'alto; ascendere alla terra, tendenza del morto precoce.
Non si può pensare che ciò che è morto lo sia e basta: le ombre allora non esisterebbero, e le nostre paure inconsce si mostrerebbero come lucide campanule rosa, indifese e coccolose.
La paura ci accompagna per la nera strada, e il Male l'alimenta con le sue forme animali peggiori: chi nega di tremare al verso rauco dell'alloco, stridore di respiro insepolto?
Non puoi battere i tatuaggi del diavolo, ma puoi ascoltare il corvo gracchiare su un busto dimenticato: <<Mai più>>.
I suoi occhi sono fosse dimenticate, dove languono defunti intrisi di dolore e oblio: nessuno sa chi siano, nemmeno loro; si agitano come bestie indemoniate quali sono, rotolando la loro disperazione nel fango bluastro del pallore cadaverico.
Morti annegati che invocano un bicchiere d'acqua, piromani che tentano di rubarlo loro: mondo del rovescio, o rovescio del mondo.
La poesia esprimerebbe molto meglio quello che penso, ma quello che penso è in prosa.
Avventurati nel paese
delle anime dannate,
nel villaggio della dimora celeste,
nella strada persa verso il Paradiso.
Soffermati,
l'angolo di una rumorosa locanda
che sbircia un futuro incerto,
ma finito.
Non lasciarti prendere.
Mai.
Mai più.
Impegnarsi a concludere è il disimpegnarsi dalla vita: un'impiccata sventola, bandiera cruda di un mondo chiuso e gretto; sangue sui bianchi capelli di madre, che si infrange in lunghe onde sulla terra matrigna, sulla natura, che sputa sul mortale.
La sabbia, come la vita, si spegne sotto queste onde, più forti di lei.
I grandi filosofi sono botti vuoti, nelle quali ci specchiamo in cerca delle risposte irrazionali.
Lasciando da sole le statue, esse piangono, avendo sulle spalle millenni di sofferenze sotto i ciechi occhi di pietra, impassibili e forse bisognosi di aiutare.
Busti arcaici da eoni si limitano a godere della sofferenza: cimiteri vuoti attendono il futuro, impossibile da modificare, e certo.
mercoledì 28 dicembre 2011
Pinguinando in bicicletta
Immaginate un mondo abitato solamente da pinguini.
Nella teorie degli Universi Infiniti (supportata dal celebre topo bianco Marrasdurak) è assolutamente certo che esista un pianeta abitato solamente da essi.
Ieri pomeriggio ho pensato intensamente ad esso e a come debba presentarsi.
E' un mondo estremamente lento.
Avete presente come cammina un pinguino?
Con quel paffuto camminare ondeggiante e goffo, non si va da nessuna parte.
I pinguini si sentono il mercoledì per mettersi d'accordo sul fine settimana.
Per andare a vedere la partita allo stadio la domenica, quelli più vicini cominciano a vestirsi al sabato.
D'inverno è però tutta un'altra storia.
Al contrario di noi i pinguini trascorrono le vacanze invernali in città: questo perché scendere a valle dalle montagne è molto più veloce che salire, in caso di ghiaccio.
Sfrecciano neri aghi per i pendii, e chi si ferma riparte.
Al che ho pensato che deve esistere un mezzo che i pinguini possano utilizzare per muoversi più velocemente.
La macchina non possono usarla, poiché non posseggono un corpo atto alla seduta.
Per la moto vale lo stesso discorso: non hanno le gambe, solo tozzi arti, grassi e coccolosi che gli permettono a malapena di avanzare.
Il seg-way!
E' un mezzo che non richiede uso di gambe.
Già ero pronto ad abbandonarmi alla visione di frotte fischiettanti di pinguini sulle bighe elettriche, cantando jingles natalizi e sfottendosi violentemente.
Chissà come si dice "chi cazzo ti ha dato la patente" nella lingua dei pinguini...
Ma il dubbio era dietro l'angolo, mascherato da gelato alla panna (al posto di "alla" avevo scritto "ala": stupidi lapsus).
Per avere dei seg-way bisogna costruirli: e i pinguini non hanno mani, solo pinne buone a un cazzo, in termini meccanici.
E prima di tutto bisogna disegnarle: ma per questo il problema non sussiste, hanno delle lavagne touch assai avanzate.
Ma come le hanno fabbricate?
I dubbi sbucano da dietro all'angolo, di tutti i gusti, sporcandomi la maglietta e i pantaloni, e distraendomi dal mio vero compito.
Per un attimo ho pensato che l'impossibilità di descrivere una società avanzata formata da pinguini bastasse a demolire la teoria degli Universi Infiniti.
Rinsavendo mi sono accorto della cavolata.
Esiste sicuramente una società avanzata di pinguini da qualche parte nell'Universo (nostro o altrui).
Ne sono certo.
Tintinnare di plastica in giro per la città: le salite non sono più un problema, e il pinguino accelera lo stile di vita.
Per andare al pub gli basta mezz'ora, e al ritorno è ubriaco, perché era abituato a camminare e smaltire.
Cominciano gli incidenti, sempre peggiori, con sempre più morti.
La mortalità sulle strade aumenta e i pinguini muoiono a decine schiacciati dalle loro bighe.
Lo stress arriva a Pinguinolandia, abbracciando tutti nel suo petto soffocante ed eliminando la calma e la cortesia.
Mirco, bambino pinguino, è nato dopo la scoperta del seg-way, e dunque in una Pinguinolandia ricca di rabbia e traboccante di schiuma.
Prende il suo seg-way versione cucciolo e lo butta nella spazzatura.
-Mamma faccio tardi- è la sua telefonata.
Nella teorie degli Universi Infiniti (supportata dal celebre topo bianco Marrasdurak) è assolutamente certo che esista un pianeta abitato solamente da essi.
Ieri pomeriggio ho pensato intensamente ad esso e a come debba presentarsi.
E' un mondo estremamente lento.
Avete presente come cammina un pinguino?
Con quel paffuto camminare ondeggiante e goffo, non si va da nessuna parte.
I pinguini si sentono il mercoledì per mettersi d'accordo sul fine settimana.
Per andare a vedere la partita allo stadio la domenica, quelli più vicini cominciano a vestirsi al sabato.
D'inverno è però tutta un'altra storia.
Al contrario di noi i pinguini trascorrono le vacanze invernali in città: questo perché scendere a valle dalle montagne è molto più veloce che salire, in caso di ghiaccio.
Sfrecciano neri aghi per i pendii, e chi si ferma riparte.
Al che ho pensato che deve esistere un mezzo che i pinguini possano utilizzare per muoversi più velocemente.
La macchina non possono usarla, poiché non posseggono un corpo atto alla seduta.
Per la moto vale lo stesso discorso: non hanno le gambe, solo tozzi arti, grassi e coccolosi che gli permettono a malapena di avanzare.
Il seg-way!
E' un mezzo che non richiede uso di gambe.
Già ero pronto ad abbandonarmi alla visione di frotte fischiettanti di pinguini sulle bighe elettriche, cantando jingles natalizi e sfottendosi violentemente.
Chissà come si dice "chi cazzo ti ha dato la patente" nella lingua dei pinguini...
Ma il dubbio era dietro l'angolo, mascherato da gelato alla panna (al posto di "alla" avevo scritto "ala": stupidi lapsus).
Per avere dei seg-way bisogna costruirli: e i pinguini non hanno mani, solo pinne buone a un cazzo, in termini meccanici.
E prima di tutto bisogna disegnarle: ma per questo il problema non sussiste, hanno delle lavagne touch assai avanzate.
Ma come le hanno fabbricate?
I dubbi sbucano da dietro all'angolo, di tutti i gusti, sporcandomi la maglietta e i pantaloni, e distraendomi dal mio vero compito.
Per un attimo ho pensato che l'impossibilità di descrivere una società avanzata formata da pinguini bastasse a demolire la teoria degli Universi Infiniti.
Rinsavendo mi sono accorto della cavolata.
Esiste sicuramente una società avanzata di pinguini da qualche parte nell'Universo (nostro o altrui).
Ne sono certo.
Tintinnare di plastica in giro per la città: le salite non sono più un problema, e il pinguino accelera lo stile di vita.
Per andare al pub gli basta mezz'ora, e al ritorno è ubriaco, perché era abituato a camminare e smaltire.
Cominciano gli incidenti, sempre peggiori, con sempre più morti.
La mortalità sulle strade aumenta e i pinguini muoiono a decine schiacciati dalle loro bighe.
Lo stress arriva a Pinguinolandia, abbracciando tutti nel suo petto soffocante ed eliminando la calma e la cortesia.
Mirco, bambino pinguino, è nato dopo la scoperta del seg-way, e dunque in una Pinguinolandia ricca di rabbia e traboccante di schiuma.
Prende il suo seg-way versione cucciolo e lo butta nella spazzatura.
-Mamma faccio tardi- è la sua telefonata.
domenica 11 dicembre 2011
La Domenica Mattina
Incipriandomi il cuscino, ho notato una Gazzella alla porte che da sul retro del mio secondo piano, proprio a destra della mia vasca da bagno per camaleonti (con i loro occhi a cono e la lungua linga lingua lunga che si attacca per il bianco sciabordio della ceramica, immagine poetica ma se uno ci pensa bene anche caramellosa).
Aprendo la porta me la sono vista entrare in fretta e furia nel salotto, non sapendo cosa fare: la domenica mattina amo appoltronarmi davanti al computer, pensando al più, al meno e al gelato (sì, anche d'inverno), e una Gazzella che bussa dal secondo piano di un condominio in pieno centro non è certo una cosa da tutti i giorni.
L'ho fatta sedere sul divano e ho cercato di farle tante domande, a cui però non rispondeva.
Allora le ho chiesto se per caso una di questa domande l'avesse offesa (tutti sappiamo che le Gazzelle sono molto permalose, e se la tirano anche parecchio per la loro leggiadria di muscoli e corna e polvere), ma anche a quella domanda non ha risposto.
Stavo cominciando ad irritarmi, e allo stesso tempo evitavo di insultarla pensando al fatto che prima o poi un leone (o, dato che il Formichiere è già passato, anche una leonessa) se la sarebbe pappata.
Ho pensato di farle fare un giro della casa: sgranchirmi le gambe mi avrebbe fatto bene.
-Questa è la cucina, questo è lo sgabuzzino, questo è l'altro bagno (non quello da cui sei entrata), questa la camera dei miei e questa la mia- le faccio, cercando di dimostrarmi orgoglioso delle stuff che sbucando dai barattoli degli yogurt si seminano per la casa, e che accumulo disponendoli in piramidi da supermercato o in colonne divise per traffico.
Vedendo la mia scrivania, si incuriosisce e si avvicina al computer.
E' uno strano spettacolo quello di una Gazzella che usa un Touchpad con gli zoccoli, ma riusciva perfettamente nel suo compito.
Avevo lasciato aperta la pagina di Absurd is the Way!, casualmente,e ho visto la Gazzella molto interessata a quello che scrivevo.
Ha letto tutto, dal primo articolo all'ultimo, e finalmente si era decisa a parlare!
Non mi ha dato la spiegazione della sua visita, ma ha iniziato a chiedermi di tutto sulla Letteratura dell'Assurdo.
Io ho cercato di spiegarle che non l'ho inventata io, che forse altra gente ha avuto la mia idea, e forse è più bella, ma non ha sentito ragioni.
-Tu sei uno che scrive quello che vuole, senza bozze, correzioni e aggiunte di conservanti e dolcificanti. Tu scrivi le cose come per te stanno, come tu le vedi, come le percepisci e come pensi che vadano fatte. Ed è una buona cosa.-
Io ero sempre più in difficoltà: per me la Letteratura dell'Assurdo non è che un esercizio poetico, puro piacere intellettuale; che non penso e a volte magari vengono anche fuori delle cagate (passatemi il termine).
La Gazzella mi guarda con occhi caprini, sbattendo incredula le palpebre.
-Non capisci la portata dell'Assurdo? Esso è tutto ciò che ti serve per scrivere: la Convenzione è puro esercizio. Nella vita per imparare qualcosa si parte da quella più facile e poi si va verso quella più difficile; allo stesso modo la Convenzione è la base, mentre l'Assurdo è tutto ciò che sta a un centimetro dalla base fino alla vetta.- mi fa lei.
-Continua a salire: raggiungerai la vetta.-
Poi, come era comparsa, ha aperto la finestra della mia camera ed è salita sulla montagna enorme che si era materializzata tra il mio palazzo e quello di fronte.
L'ho guardata saltellare come uno Stambecco sui pinnacoli di marmellata e di crema pasticciera, tuffandosi nel cioccolato ed elevandosi verso i cocktail di gamberi, ultimo gradino che riuscivo a vedere della Montagna dell'Assurdo.
Poi la montagna si è trasformata in una pallina di luce, che, sospesa nella fresca aria del mattino, si è avvicinata a me.
Profumava di sabato pomeriggio, e di nebbia, e di insormontabili bellezze culinarie, e di Formichieri, e di verde e di pino.
Poi la sfera tonda e cremosa mi ha baciato, lasciandomi un tremito dolce e caldo per tutto il corpo, e se n'è andata, verso il cielo di sogni e di alberi gialli di cui mi sono, ora, perdutamente innamorato.
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